Possibili rischi dell’integrazione dell’intelligenza artificiale nei sistemi di comando, controllo e comunicazione delle armi nucleari

Il 1° dicembre 2025 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato la risoluzione 80/23 sui «Possible risks of the integration of artificial intelligence into command, control and communications systems of nuclear weapons». Il titolo è già indicativo della specificità dell’intervento: non si tratta, in termini generali, dell’impiego militare dell’intelligenza artificiale, né della questione delle armi autonome, ma della possibile integrazione dell’IA nel cuore dell’architettura della deterrenza nucleare, vale a dire nei sistemi di comando, controllo e comunicazione — i cosiddetti NC3, Nuclear Command, Control and Communications.

La risoluzione merita attenzione soprattutto perché affronta un problema destinato probabilmente ad assumere una posizione centrale nel dibattito sulla stabilità strategica: in che misura l’automazione dei processi di analisi e di decisione può essere compatibile con la necessità di mantenere un effettivo controllo umano sull’impiego dell’arma nucleare?

L’Assemblea generale colloca la questione all’interno di una prospettiva più ampia di disarmo e riduzione del rischio nucleare. Il testo riafferma anzitutto che il disarmo nucleare e la completa eliminazione delle armi nucleari costituiscono l’unica garanzia assoluta contro il loro uso o la minaccia del loro uso. Allo stesso tempo, riconosce che, fino a quando tali armi continueranno ad esistere, sono necessarie misure concrete, efficaci e trasparenti di riduzione del rischio. La nuclear risk reduction viene quindi considerata complementare, ma non sostitutiva, rispetto all’obiettivo del disarmo.

È precisamente in questa zona intermedia — tra deterrenza e disarmo — che si inserisce il problema dell’intelligenza artificiale.

L’Assemblea generale prende atto del fatto che gli Stati stanno progressivamente integrando sistemi di IA in un numero crescente di applicazioni militari, comprese le armi, i sistemi d’arma e gli strumenti di supporto alle operazioni. Non afferma, quindi, che l’IA debba essere esclusa in quanto tale dal settore nucleare. Il problema individuato riguarda piuttosto le conseguenze che l’automazione può produrre quando incide sui processi decisionali collegati ai sistemi nucleari di comando e controllo.

Il primo rischio è quello della compressione del tempo decisionale.

L’impiego dell’intelligenza artificiale può aumentare enormemente la velocità con la quale vengono raccolte, elaborate e interpretate informazioni relative a una possibile minaccia. Ma ciò che, in un contesto ordinario, appare come un vantaggio operativo può trasformarsi, nel contesto nucleare, in un fattore di instabilità. La risoluzione osserva espressamente che sistemi decisionali guidati dall’IA potrebbero ridurre il controllo e la supervisione umana, produrre distorsioni nell’ambiente decisionale e abbreviare le finestre temporali disponibili per l’azione e la risposta, soprattutto nelle fasi più sensibili, come quella relativa a una decisione di lancio. Il risultato potrebbe essere un aumento del rischio di uso accidentale, involontario o non autorizzato dell’arma nucleare.

Questo passaggio tocca uno dei problemi fondamentali della deterrenza nell’era algoritmica.

La deterrenza nucleare tradizionale presuppone infatti non soltanto la capacità di reagire, ma anche la possibilità di interpretare razionalmente le informazioni ricevute, distinguere un attacco effettivo da un falso allarme, ricostruire le intenzioni dell’avversario e, soprattutto, decidere se e come reagire. L’intelligenza artificiale può migliorare alcune di queste capacità, ma può contemporaneamente accelerare il processo fino al punto da ridurre proprio lo spazio disponibile per il giudizio politico.

Il rischio non è pertanto soltanto quello della «macchina che decide». Esiste un problema più sottile: l’essere umano potrebbe formalmente continuare ad assumere la decisione finale, ma farlo all’interno di un ambiente informativo e temporale talmente condizionato dall’automazione da ridurre sostanzialmente la sua capacità di valutazione autonoma.

La risoluzione individua poi una seconda categoria di rischi, collegata alle caratteristiche tecniche degli stessi sistemi di intelligenza artificiale. Vengono richiamati possibili malfunzionamenti, sfruttamento delle vulnerabilità, intrusioni, bias cognitivi e di automazione presenti nei dati di addestramento o nella progettazione algoritmica, nonché la possibilità di generare «hallucinations» e output errati, inaccurati o fuorvianti. In un sistema nucleare, osserva l’Assemblea generale, tali errori potrebbero avere conseguenze catastrofiche.

È un punto particolarmente importante. L’affidabilità di un sistema di IA non può essere valutata soltanto attraverso la probabilità statistica di errore. Nel settore nucleare occorre considerare anche la gravità potenziale dell’errore. Anche un evento estremamente improbabile può diventare strategicamente inaccettabile quando la sua conseguenza possibile è l’impiego di un’arma nucleare.

Il nucleo normativo della risoluzione emerge, però, soprattutto nella parte operativa.

L’Assemblea generale «demands» che, fino alla completa eliminazione delle armi nucleari, sia mantenuto il controllo e la supervisione umana sui sistemi di comando, controllo e comunicazione nucleare, inclusi quelli nei quali siano integrate tecnologie di intelligenza artificiale.

La scelta terminologica è significativa. Il testo non si limita a richiamare genericamente il principio dello human control, ma lo collega espressamente alle infrastrutture NC3. L’oggetto del controllo umano non è quindi soltanto l’arma in senso stretto, ma l’intera catena tecnologica e decisionale che può concorrere alla sua utilizzazione.

Ancora più interessante è il paragrafo successivo. Gli Stati dotati di armi nucleari che non lo abbiano ancora fatto vengono invitati ad adottare e pubblicare politiche e dottrine nazionali che affermino esplicitamente che i sistemi NC3 nei quali è integrata l’intelligenza artificiale resteranno sottoposti a controllo e supervisione umana e, soprattutto, che tali sistemi non potranno «autonomously initiate decisions on the use of nuclear weapons».

Si delinea così una distinzione concettualmente importante fra supporto algoritmico alla decisione e autonomia della decisione.

L’intelligenza artificiale può, almeno in linea di principio, essere utilizzata per raccogliere informazioni, identificare pattern, valutare scenari, verificare dati o assistere i decisori. La soglia che la risoluzione cerca invece di preservare riguarda l’iniziativa autonoma rispetto alla decisione di utilizzare un’arma nucleare.

Da questo punto di vista, il documento non introduce un divieto generale dell’IA nei sistemi nucleari. Tenta piuttosto di delineare un limite funzionale: alcune attività possono essere tecnologicamente assistite o automatizzate, ma la decisione concernente l’uso dell’arma nucleare deve rimanere soggetta a un controllo umano effettivo.

Rimane naturalmente aperta una questione fondamentale: che cosa significhi precisamente «human control and oversight».

La presenza formale di un essere umano nella catena decisionale non è necessariamente sufficiente. Se il decisore dispone di pochi secondi per reagire, non comprende pienamente il funzionamento del sistema, riceve informazioni filtrate da algoritmi non sufficientemente trasparenti o tende sistematicamente ad affidarsi all’output prodotto dalla macchina, il controllo umano rischia di diventare meramente nominale.

Il futuro dibattito internazionale dovrà quindi probabilmente spostarsi dalla semplice affermazione del principio del controllo umano alla definizione delle condizioni che consentono di considerarlo «effettivo» o «significativo». Tempo sufficiente per decidere, comprensibilità delle informazioni, possibilità di verificare l’output, capacità di interrompere il processo e responsabilità chiaramente attribuita potrebbero diventare elementi centrali di questa discussione.

La risoluzione presenta anche un ulteriore elemento degno di nota: segnala l’esistenza di una prima forma di convergenza fra alcune potenze nucleari.

Il testo richiama la dichiarazione del 16 novembre 2024 con la quale Cina e Stati Uniti hanno affermato la necessità di mantenere il controllo umano sulla decisione di utilizzare armi nucleari. Richiama inoltre la posizione di Francia e Regno Unito, secondo cui deve essere mantenuto il controllo e il coinvolgimento umano nelle azioni critiche relative alla formazione e all’esecuzione delle decisioni sovrane.

Non siamo ancora in presenza di una regola internazionale specificamente definita. Queste dichiarazioni, tuttavia, possono contribuire alla formazione di un linguaggio comune e, potenzialmente, alla progressiva costruzione di una norma di comportamento condivisa.

Da questo punto di vista, è particolarmente rilevante il terzo paragrafo operativo della risoluzione, che sottolinea l’urgenza di sviluppare, nell’ambito dei meccanismi multilaterali e regionali competenti, «common understandings», confidence-building measures e altre misure appropriate per garantire la permanenza del controllo umano sui sistemi nucleari.

La questione dell’IA applicata alla deterrenza potrebbe così entrare progressivamente nel campo dell’arms control.

Non necessariamente attraverso un grande trattato internazionale dedicato all’intelligenza artificiale e alle armi nucleari. Più realisticamente, almeno in una prima fase, attraverso dichiarazioni unilaterali, accordi politici, misure di trasparenza, confidence-building measures, hotline, scambi di informazioni sulle dottrine e impegni reciproci a mantenere determinate funzioni sotto controllo umano.

È inoltre significativo che la risoluzione non presenti l’intelligenza artificiale esclusivamente come una minaccia. Essa riconosce espressamente le potenziali opportunità offerte dall’IA per rafforzare la verifica, l’irreversibilità, la trasparenza e l’accountability nel disarmo nucleare e invita a promuovere ricerca e innovazione in questo campo.

L’IA presenta dunque una natura ambivalente.

Può essere una tecnologia destabilizzante quando accelera la catena decisionale, genera informazioni errate o riduce il controllo umano. Ma può essere anche una tecnologia stabilizzante quando migliora la verifica degli accordi, consente di analizzare grandi quantità di dati, rafforza la capacità di individuare violazioni o facilita strumenti di monitoraggio e trasparenza.

Il problema fondamentale non è quindi stabilire se l’intelligenza artificiale sia, in astratto, compatibile con la deterrenza nucleare. La vera questione riguarda le funzioni che le vengono attribuite e il grado di autonomia che le viene riconosciuto.

La risoluzione 80/23 sembra suggerire, sotto questo profilo, un principio destinato ad acquisire crescente importanza: quanto più una funzione tecnologica si avvicina alla decisione sull’impiego dell’arma nucleare, tanto maggiore deve essere la garanzia di controllo umano.

Si tratta di un passaggio importante perché la trasformazione tecnologica della deterrenza potrebbe incidere non soltanto sugli strumenti attraverso i quali vengono prese le decisioni, ma sulla stessa logica della stabilità strategica.

Per decenni il problema centrale è stato evitare che una crisi politica producesse intenzionalmente una guerra nucleare. Nell’era dell’intelligenza artificiale bisognerà evitare anche che interazioni tra sistemi automatizzati, falsi segnali, cyberattacchi, compressione dei tempi decisionali e automation bias producano una dinamica di escalation che nessuno degli attori aveva originariamente intenzione di avviare.

Da questo punto di vista, la risoluzione dell’Assemblea generale non rappresenta il punto di arrivo di una nuova disciplina internazionale. È piuttosto l’inizio della sua costruzione.

Il problema che pone è semplice nella formulazione, ma estremamente complesso nelle sue conseguenze: se la deterrenza nucleare continua a dipendere dalla capacità umana di valutare, interpretare e decidere, fino a che punto possiamo automatizzare il sistema senza modificare la natura stessa della decisione nucleare?

La risposta a questa domanda potrebbe diventare uno dei nodi centrali del rapporto fra intelligenza artificiale, sicurezza internazionale e controllo degli armamenti nel prossimo futuro.


Leave a Reply