Le “Considerazioni finali” del Governatore Fabio Panetta, pronunciate il 29 maggio 2026, delineano il quadro di un’economia globale sorprendentemente resiliente ma scossa da un nuovo shock energetico — e indicano nell’intelligenza artificiale il terreno decisivo per il futuro dell’Italia.
Ogni anno, alla fine di maggio, il Governatore della Banca d’Italia chiude la Relazione annuale con un discorso — le “Considerazioni finali” — che funge sia da bilancio dell’anno trascorso sia da bussola per quello a venire. L’edizione di quest’anno, la 132ª, arriva a un punto di svolta: un 2025 che ha superato le attese, seguito da un inizio 2026 segnato da una crisi che ha ridisegnato l’intero scenario. Ecco i punti che, nella mia lettura, meritano attenzione.
Un 2025 migliore del previsto, costruito su basi fragili
L’economia mondiale è cresciuta del 3,4 per cento, mezzo punto sopra le previsioni, nonostante guerre, dazi e tensioni geopolitiche. La spinta è venuta principalmente dagli Stati Uniti — trainati dagli investimenti in intelligenza artificiale e dalla crescita dei mercati azionari — e dalla Cina, cresciuta del 5 per cento, che ha risposto ai dazi americani tagliando i prezzi all’esportazione e diversificando i mercati.
Sotto l’ottimismo dei mercati, tuttavia, i segnali d’allarme lampeggiavano già: valutazioni azionarie molto elevate, premi per il rischio compressi e una corsa verso oro, Bitcoin e credito privato. Tutti segnali di un’euforia che, tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, ha cominciato a sgonfiarsi quando gli investitori hanno iniziato a prezzare rischi a lungo trascurati.
Lo shock che ha cambiato tutto: il conflitto nel Golfo
Il vero spartiacque è il conflitto nel Golfo Persico. Il blocco dello Stretto di Hormuz — attraverso il quale transita normalmente circa un quinto del petrolio e del gas liquefatto mondiali — ha provocato carenze di offerta e bruschi aumenti dei prezzi dell’energia. Il petrolio è salito ovunque; il gas è aumentato in Europa e in Asia mentre è rimasto stabile negli Stati Uniti, grazie all’abbondante produzione nazionale.
Le tensioni si stanno ora propagando ai fertilizzanti, con effetti sui prezzi alimentari che si faranno sentire soprattutto l’anno prossimo, una volta completati i cicli di semina e raccolta. Questo rappresenta un rischio serio per i paesi più poveri del mondo. Il Fondo Monetario Internazionale — ipotizzando una rapida risoluzione del conflitto — proietta un rallentamento della crescita globale al 3,1 per cento nel 2026 e un’inflazione al 4,4 per cento. Se le ostilità dovessero protrarsi, lo scenario sarebbe considerevolmente peggiore.
Il messaggio sottostante è chiaro, e per chi studia l’intersezione tra governance economica e sicurezza è profondamente preoccupante: con un debito pubblico elevato e fragilità crescenti nella finanza non bancaria, anche shock contenuti rischiano ora di propagarsi a cascata nel sistema. La crescita globale affronta rischi più numerosi, più interconnessi e più difficili da gestire che in passato.
Commercio e squilibri globali: il protezionismo non ha funzionato
Nonostante i dazi, il commercio internazionale è cresciuto del 5 per cento, in parte grazie ai beni legati all’IA. Le politiche protezionistiche non sono riuscite a correggere gli squilibri che dovevano risolvere: il deficit commerciale statunitense è rimasto stabile, e circa il 90 per cento dell’onere tariffario è ricaduto su consumatori e imprese americane. Gli squilibri delle partite correnti hanno raggiunto il livello più alto dalla crisi finanziaria globale: gli Stati Uniti rappresentano due terzi del deficit mondiale, la Cina circa un terzo del surplus. La frammentazione, ammonisce Panetta, non elimina questi squilibri — li sposta, li nasconde e li rende più costosi da correggere. La risposta non è chiudersi, ma cooperare.
Intelligenza artificiale: un’opportunità reale, non più sperimentale
Una parte centrale del discorso è dedicata all’intelligenza artificiale, che non è più una promessa ma una forza che sta già guidando investimenti, commercio e mercati. La sua adozione è più rapida di qualunque rivoluzione tecnologica precedente, ma il potere è concentrato: cinque grandi aziende statunitensi detengono circa tre quarti della capacità di calcolo mondiale; la Cina sta recuperando, mentre l’Europa resta indietro.
Sul fronte dell’occupazione, per la prima volta una tecnologia è in grado di svolgere compiti cognitivi complessi. Eppure la storia mostra che le grandi innovazioni distruggono alcune professioni ma ne creano di nuove: oggi il 60 per cento dei lavoratori americani svolge mestieri che non esistevano ottant’anni fa. La transizione, tuttavia, comporterà costi e rischi di ampliamento delle disuguaglianze. Servono formazione, protezione per i lavoratori più esposti e politiche per gestire il cambiamento.
Europa: le idee giuste, l’esecuzione troppo lenta
L’area euro è cresciuta dell’1,4 per cento (circa l’1,0 per cento escludendo la distorsione statistica irlandese), frenata dalla debolezza manifatturiera in Germania e in Italia. L’inflazione era tornata all’obiettivo del 2 per cento, consentendo alla BCE di tagliare i tassi — ma lo shock energetico ha riacceso le pressioni: nello scenario di base, la crescita scenderebbe allo 0,9 per cento nel 2026, con un’inflazione al 2,6; nei casi peggiori, il picco potrebbe superare il 6 per cento.
Il giudizio sull’Unione è netto: le priorità sono state individuate — dalla Bussola della Competitività alle riforme su industria, capitali ed energia — ma l’attuazione è troppo lenta. Meno della metà delle proposte annunciate è stata presentata. Per finanziare l’innovazione, l’Europa ha bisogno di un mercato dei capitali veramente integrato e, nella visione di Panetta, di un titolo sovrano europeo liquido e sicuro. Gli ostacoli giuridici e politici, ricorda, sono stati già superati di fronte alla pandemia.
Italia: resilienza solida, ma la produttività resta il nodo
Dal 2019, l’economia italiana ha mostrato una notevole resilienza: il PIL è cresciuto di oltre il 6 per cento, e la posizione patrimoniale netta sull’estero è divenuta creditoria. Lo slancio si è affievolito: nel 2025 la crescita è stata di appena lo 0,5 per cento, al di sotto della media dell’area euro, e il conflitto nel Golfo ha indebolito un quadro già fragile.
Il problema più profondo è strutturale: dall’inizio del secolo, la produttività per ora lavorata nel settore privato è aumentata di appena il 6 per cento, contro il 13-34 per cento nelle altre maggiori economie dell’area. Con una popolazione in età lavorativa in calo, il paese non può più contare sull’aumento del numero di lavoratori. Temi ricorrenti nel discorso:
- Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR): tra il 2021 e il 2025 ha mobilitato oltre 100 miliardi di euro, contribuendo per il 30 per cento all’accumulazione totale di capitale e innalzando il PIL di quasi 1 punto all’anno.
- Intelligenza artificiale: il 30 per cento delle imprese usa l’IA, ma solo il 5 per cento in modo intensivo. Un’adozione rapida e diffusa potrebbe aggiungere oltre 1 punto di produttività all’anno, compensando il declino demografico.
- Capitale umano: la quota di laureati tra i trentenni è raddoppiata (al 30 per cento) ma resta sotto la media europea; un giovane non laureato su cinque non studia né lavora; oltre 100.000 laureati hanno lasciato il paese tra il 2020 e il 2024.
- Energia: la dipendenza dalle importazioni resta elevata; le rinnovabili coprono ora il 41 per cento del consumo di elettricità; nuove tecnologie nucleari sono al vaglio.
- Banche: il sistema è solido e ben capitalizzato, con margini di consolidamento; ma il credito bancario da solo non può finanziare l’innovazione — serve più capitale di rischio (venture capital e private equity restano sottosviluppati).
- Rischi cyber: nel 2023-25, gli incidenti che hanno coinvolto intermediari italiani sono aumentati dell’80 per cento, con un raddoppio degli incidenti informatici. L’IA rende il quadro più complesso, fungendo sia da difesa sia da arma per i cybercriminali.
La conclusione: una scelta civica, non solo economica
Il discorso si chiude con un appello alla storia. Ottant’anni fa, il 2 giugno, gli italiani scelsero la Repubblica — e, con essa, un ordine mondiale aperto e cooperativo che, come ricorda Panetta citando Luigi Einaudi, fu la condizione stessa della straordinaria crescita dei decenni successivi. Quell’ordine è ora in crisi, ma la risposta non può essere la chiusura. Per l’Italia, la tecnologia sarà il terreno decisivo. Restare ai margini significherebbe accettare il declino, proprio quando l’invecchiamento della popolazione rende indispensabile il contributo di ogni lavoratore. Lo Stato deve guidare la transizione riducendo il peso del debito, rafforzando il capitale umano e convogliando il risparmio verso l’investimento produttivo. E l’intelligenza artificiale, conclude il Governatore, deve restare al servizio delle persone e della società — non della concentrazione del potere.
La misura ultima del successo, alla fine, è una sola — e qui condivido pienamente l’enfasi del Governatore: la capacità di offrire opportunità e futuro ai giovani. Non è solo una responsabilità economica — è il compito civico del nostro tempo.


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