La coercizione economica sta diventando una presenza stabile nelle relazioni internazionali. È utile leggerla a partire da uno studio pubblicato dal Parlamento europeo nel settembre 2026, che esamina 41 episodi di pressione economica sull’Unione europea tra il 2018 e il 2026. A colpire è soprattutto la loro persistenza: molte di queste pressioni si prolungano e si sovrappongono. Per l’UE, l’esposizione rischia così di diventare una condizione quasi permanente.
Cina e Stati Uniti rappresentano la parte più consistente dei casi analizzati. Sarebbe però riduttivo considerare la coercizione economica una prerogativa delle grandi potenze. Anche uno Stato di dimensioni più contenute può esercitare una pressione considerevole se controlla una materia prima, un mercato, un’infrastruttura o un passaggio delle catene del valore per il quale è difficile trovare alternative. Il peso economico complessivo conta, ma conta anche la posizione occupata in uno specifico rapporto di dipendenza.
È proprio qui che l’efficienza economica entra in tensione con la sicurezza.
Un rapporto commerciale può funzionare benissimo in condizioni ordinarie e rivelarsi vulnerabile quando l’accesso a un mercato, a una tecnologia o a una risorsa viene utilizzato per condizionare una scelta politica. La dipendenza assume allora un significato strategico: ciò che rende conveniente uno scambio può anche rendere difficile sottrarsi alla pressione della controparte.
L’Anti-Coercion Instrument dell’UE nasce per affrontare questo problema. La sua disponibilità, tuttavia, lascia aperta la questione di come renderlo efficace. Lo studio richiama condizioni molto concrete: riconoscere tempestivamente le pressioni, ottenere informazioni dalle imprese, coordinare gli Stati membri e rendere credibile la possibilità di una risposta europea. È su questi passaggi che si misurerà la capacità dello strumento giuridico di incidere sui comportamenti dei Paesi terzi.
Per questo, l’obiettivo di «ridurre le dipendenze» richiede qualche precisazione. In molti settori eliminarle sarebbe economicamente impossibile, o avrebbe costi molto elevati. Occorre piuttosto ridurne il valore coercitivo: diversificare dove è possibile, conoscere meglio le proprie vulnerabilità e predisporre alternative che rendano meno agevole trasformare un legame economico in una leva politica. L’interdipendenza rimane; ciò che si cerca di limitare è la possibilità di sfruttarla per restringere la libertà di decisione europea.
In questo spostamento dell’attenzione, dalla convenienza degli scambi alle condizioni che permettono di preservarli senza subirne il ricatto, si coglie uno dei cambiamenti più significativi della politica commerciale europea: il suo progressivo ingresso nel campo della sicurezza economica.

