Quando si parla dell’accordo sulla Groenlandia, ho l’impressione che si finisca spesso per discutere delle dichiarazioni di Donald Trump più che di ciò che i governi hanno effettivamente sottoscritto. La differenza, in questo caso, non è marginale. Il 13 ottobre, Trump è tornato a parlare della Groenlandia come della «nostra» isola e ha annunciato imminenti attività di esplorazione di petrolio, gas e minerali. Ma l’accordo firmato poche settimane prima non trasferisce la sovranità dell’isola agli Stati Uniti e non attribuisce alle imprese americane un diritto speciale a sfruttarne le risorse. Vale quindi la pena partire dal testo, non dalle dichiarazioni che lo accompagnano.
Il primo fatto certo è la firma. Il 22 settembre 2026, a New York, il presidente statunitense, la prima ministra danese Mette Frederiksen e il primo ministro groenlandese Jens-Frederik Nielsen hanno sottoscritto un accordo che modifica e integra quello del 27 aprile 1951 sulla difesa della Groenlandia. Non si tratta di una generica intesa politica, né dell’acquisto di un territorio. È un accordo sulla sicurezza, negoziato dopo mesi di tensioni tra Washington, Copenaghen e Nuuk. Peraltro, gli Stati Uniti disponevano già, in forza dell’accordo del 1951 e delle successive modifiche, di ampie possibilità di presenza militare sull’isola. L’idea secondo cui soltanto il passaggio della Groenlandia sotto sovranità americana avrebbe consentito di difenderla era quindi discutibile già prima della firma.
Il secondo fatto è altrettanto netto: il testo riafferma la sovranità e l’integrità territoriale del Regno di Danimarca e riconosce il diritto all’autodeterminazione del popolo groenlandese. Sono parole che hanno un significato giuridico preciso. Nessuna cessione di territorio, nessuna annessione, nessuna attribuzione della sovranità su una parte dell’isola agli Stati Uniti. È importante dirlo con chiarezza, soprattutto dopo le minacce e le proposte avanzate nei mesi precedenti. Ma sarebbe altrettanto sbagliato fermarsi qui e concludere che non sia cambiato nulla.
Sul piano militare, infatti, l’accordo è tutt’altro che irrilevante. Washington potrà ampliare e modernizzare le attività nella base spaziale di Pituffik e realizzare nuove aree di difesa a Narsarsuaq e Mestersvig, secondo modalità tecniche da concordare. Sono inoltre previste procedure per individuare ulteriori aree di difesa, oltre a un accesso assai esteso per aerei, mezzi militari e navi statunitensi, comprese alcune forme di navigazione subacquea nelle acque territoriali. È prevista anche una cooperazione rafforzata contro lo spionaggio e a tutela delle installazioni. Il riferimento al progetto di difesa antimissile Golden Dome compare nel preambolo: segnala una finalità condivisa, ma non equivale, da solo, all’approvazione di un progetto esecutivo già definito. Quanto alle nuove basi, l’accordo ne consente la realizzazione; non dimostra che siano già state costruite o che ogni dettaglio operativo sia stato deciso.
La disposizione che mi sembra meriti particolare attenzione, soprattutto nella prospettiva della sicurezza economica, riguarda però gli investimenti stranieri. L’articolo X prevede restrizioni nei settori particolarmente sensibili — fra i quali le infrastrutture critiche e l’estrazione di risorse — nei confronti di Stati e investitori che non appartengano alla NATO, non siano suoi partner e non siano membri dell’Unione europea. L’ostacolo scatta quando siano in gioco il controllo di attività, un’influenza significativa o l’accesso a informazioni riservate suscettibili di mettere in pericolo la sicurezza nazionale o l’ordine pubblico. Non è dunque un divieto generale di qualsiasi investimento proveniente da quei paesi. L’attuazione spetta alla Groenlandia, in stretta cooperazione con la Danimarca, e le autorità danesi dovranno consultarsi con quelle americane. Per le eccezioni previste dal testo è necessario l’accordo delle parti.
È qui che la questione diventa interessante. Non occorre acquistare un territorio per ottenere un’influenza duratura sulle decisioni strategiche che lo riguardano. Basta, in alcuni casi, concorrere a stabilire chi possa installarvi infrastrutture militari, chi possa acquisire attività sensibili e quali rischi debbano essere presi in considerazione. Non direi che gli Stati Uniti abbiano ottenuto un diritto generale di veto sull’economia groenlandese: sarebbe una lettura eccessiva dell’articolo X. Hanno però negoziato una posizione rilevante nel sistema di garanzie che, una volta entrato in vigore l’accordo, condizionerà gli investimenti più delicati. E ciò avviene in un territorio le cui risorse minerarie suscitano da tempo un forte interesse strategico. La presenza di giacimenti, naturalmente, non coincide con la possibilità di sfruttarli: infrastrutture insufficienti, difficoltà ambientali e disciplina locale restano ostacoli concreti.
C’è poi un terzo aspetto, forse il più delicato sul piano giuridico. L’accordo non ha una scadenza e può essere modificato soltanto per consenso. Inoltre, prevede che, qualora la Groenlandia diventasse indipendente, Danimarca e Groenlandia si adoperino affinché il nuovo Stato assuma gli obblighi dell’intesa e rimanga nella NATO, presentando se necessario una domanda di adesione. Qui serve una precisazione: l’accordo non può garantire, da solo, l’appartenenza di un futuro Stato groenlandese alla NATO. L’articolo 10 del Trattato del Nord Atlantico richiede infatti il consenso unanime degli alleati per ammettere un nuovo membro. Resta però evidente l’intenzione politica e giuridica di preservare nel tempo gli attuali assetti di sicurezza, anche nell’eventualità di una trasformazione dello status costituzionale dell’isola.
Questa combinazione di principi e vincoli pone una questione che mi sembra più significativa della contrapposizione fra «vittoria» americana e «vittoria» danese. L’autodeterminazione viene espressamente riconosciuta, ma le future scelte di sicurezza e parte delle scelte economiche della Groenlandia vengono già orientate da impegni destinati a durare. Riconoscere la sovranità e il diritto all’indipendenza non significa, dunque, lasciare del tutto aperte le opzioni strategiche di un eventuale Stato indipendente. È una distinzione che merita di essere discussa senza confondere l’influenza con la sovranità, né la cooperazione militare con un’annessione.
Non tutto, peraltro, è già definitivamente acquisito. L’accordo è stato firmato, ma la sua entrata in vigore richiede il completamento delle procedure parlamentari necessarie in Danimarca e Groenlandia e una successiva comunicazione diplomatica agli Stati Uniti. Il 12 ottobre il Parlamento groenlandese ne ha discusso: la maggioranza si è mostrata favorevole, mentre alcune voci dell’opposizione hanno chiesto quali benefici economici concreti riceverà la popolazione. È una domanda comprensibile, anche perché l’impegno a privilegiare, per quanto possibile, le imprese groenlandesi nei contratti relativi alle installazioni militari non equivale a un compenso economico prestabilito. Alla data del 14 ottobre non risulta confermata l’avvenuta entrata in vigore.
Se dovessi riassumere ciò che è accaduto, eviterei dunque sia di scrivere che Trump abbia «ottenuto la Groenlandia», sia di sostenere che la crisi si sia conclusa senza conseguenze. La sovranità è rimasta dov’era; è stata concordata un’estensione dei diritti di presenza militare e una disciplina più stringente di alcuni settori strategici. L’intesa riporta la controversia entro un quadro concordato, ma lascia aperte questioni essenziali: quanto spazio avranno le autorità groenlandesi nelle decisioni operative, come saranno applicati i controlli sugli investimenti e che cosa significherà tutto questo se il popolo groenlandese sceglierà un giorno l’indipendenza. Per giudicare l’accordo, comincerei da queste domande. Le dichiarazioni più enfatiche possono aspettare.
Fonti per la verifica dei fatti
- Testo integrale dell’accordo del 22 settembre 2026, Casa Bianca (in particolare preambolo e artt. IV, V, VI, IX, X, XI, XII).
- Comunicato del Governo danese, 22 settembre 2026.
- House of Commons Library, The new US–Denmark–Greenland agreement, 29 settembre 2026.
- European Parliamentary Research Service, The new US–Denmark–Greenland agreement, 12 ottobre 2026, PE 791.543.
- Reuters, dibattito nel Parlamento groenlandese, 12 ottobre 2026.
- Associated Press, dichiarazioni di Trump sulle risorse della Groenlandia, 14 ottobre 2026.
- Trattato del Nord Atlantico, art. 10, testo ufficiale NATO.