L’articolo di Federico Fubini sull’interventismo economico di Donald Trump coglie un cambiamento cruciale nel capitalismo contemporaneo. L’espressione “un socialista alla Casa Bianca” è retoricamente efficace, ma analiticamente imprecisa — e ottenere l’analisi giusta conta più della retorica. Ciò che sta emergendo negli Stati Uniti non è il socialismo. È una forma di capitalismo più politica, strategica e securitizzata.
I casi più eclatanti riguardano le tecnologie critiche. Secondo Fubini, l’amministrazione Trump ha utilizzato fondi originariamente resi disponibili dal CHIPS and Science Act per acquisire partecipazioni azionarie in società operanti nel quantum computing, nei semiconduttori, nelle terre rare, nei minerali strategici e in altri settori considerati essenziali per la sicurezza nazionale e il primato tecnologico. Il punto non è semplicemente che il governo federale sta sovvenzionando l’industria privata. È che Washington sta entrando sempre più nella struttura proprietaria di imprese ritenute strategicamente importanti.
Questo rappresenta una rottura significativa rispetto alla vecchia auto-rappresentazione americana del capitalismo di libero mercato. Gli Stati Uniti, naturalmente, non hanno mai avuto un’economia puramente laissez-faire. Appalti per la difesa, ricerca pubblica, spesa per le infrastrutture, incentivi fiscali, sostegno agricolo, salvataggi finanziari, controlli sulle esportazioni e politica industriale fanno parte da tempo del modello economico americano. Qualcosa di diverso sta diventando ora più visibile: lo Stato non è più soltanto regolatore, cliente o finanziatore. In settori strategici selezionati, sta diventando azionista, allocatore, protettore e market-maker. Questo solleva la domanda ovvia — una domanda che mi viene posta frequentemente in ambito accademico: l’America sta copiando la Cina?
La risposta è sì, ma solo parzialmente. La Cina ha costruito uno dei modelli più sofisticati di capitalismo politico della storia moderna. Combina mercati, impresa privata, commercio globale, ambizione tecnologica e intensa concorrenza con un pervasivo controllo dello Stato e del Partito. Le imprese cinesi possono cercare profitti, quotarsi in borsa, attrarre investimenti esteri e competere a livello globale. Il Partito Comunista Cinese definisce l’orizzonte strategico. Dirige il credito, protegge i campioni nazionali, disciplina gli attori privati e subordina la libertà di mercato a obiettivi geopolitici, tecnologici e di sicurezza.
La Cina non è dunque socialista nel senso classico di proprietà collettiva dei mezzi di produzione. Si comprende meglio come una forma di capitalismo di Stato, o di capitalismo del partito-Stato. Accumulazione di capitale, profitto, impresa privata e competitività globale restano centrali. Operano all’interno di un quadro politico nel quale lo Stato non è un mero regolatore esterno. È l’architetto del sistema. Il modello americano resta molto diverso. Gli Stati Uniti hanno ancora tribunali indipendenti, mercati dei capitali privati, supervisione congressuale, federalismo, competizione elettorale, contenzioso azionario, giornalismo investigativo e un’ideologia della proprietà privata molto più forte. Il suo interventismo è più frammentato, contestato e reversibile di quello cinese. Washington non opera attraverso un apparato unico di partito-Stato capace di imporre una disciplina industriale a lungo termine sull’intera economia.
Eppure, la convergenza è reale, e la considero uno degli sviluppi più consequenziali dell’attuale ordine globale. Nei semiconduttori, nell’intelligenza artificiale, nel quantum computing, nelle tecnologie per la difesa, nelle batterie, nelle terre rare, nei minerali critici e nella manifattura avanzata, gli Stati Uniti trattano in misura crescente il mercato come uno strumento di potenza nazionale. Dazi, controlli sulle esportazioni, screening degli investimenti, incentivi al reshoring, sussidi pubblici, appalti federali e ora partecipazioni azionarie puntano tutti nella stessa direzione: il mercato non è più immaginato come uno spazio neutrale. È un campo di battaglia strategico.
Questo è il significato più profondo del confronto con la Cina. Gli Stati Uniti continuano a criticare la Cina per pratiche non di mercato, sussidi industriali e distorsioni dirette dallo Stato. Per competere con la Cina, Washington sta adottando in misura crescente strumenti che appartengono alla stessa ampia famiglia: politica industriale, protezionismo selettivo, direzione pubblica del capitale privato e controllo strategico sulle catene di approvvigionamento. La differenza risiede nella forma istituzionale e nel rischio politico. L’interventismo cinese è sistemico, autoritario e permanente. L’interventismo americano è selettivo, giuridicamente vincolato, politicamente instabile e mediato dai mercati privati. Il capitalismo cinese è diretto dal partito-Stato. Il capitalismo emergente americano è diretto da una combinazione di agenzie di sicurezza nazionale, finanziamenti congressuali, pressione presidenziale, lobbying aziendale e mercati finanziari.
Ciò non rende insignificante il cambiamento americano. Al contrario, potrebbe rappresentare una delle trasformazioni più importanti del capitalismo statunitense dalla svolta neoliberale della fine del Novecento. La vecchia distinzione tra “America del libero mercato” e “Cina a guida statale” sta diventando meno persuasiva. Una distinzione migliore è tra due tipi di capitalismo interventista: uno autoritario e comandato dal partito; l’altro democratico, legalistico, finanziarizzato e sempre più securitizzato.
La questione centrale non è se Trump sia un socialista. Non lo è. La questione centrale è se il capitalismo americano possa diventare interventista senza diventare arbitrario.
Ci sono buone ragioni per l’intervento pubblico. I mercati da soli possono sottoinvestire in tecnologie cruciali per la sicurezza nazionale ma commercialmente incerte. Quantum computing, semiconduttori, lavorazione delle terre rare, IA collegata alla difesa e manifattura avanzata comportano tutti orizzonti temporali lunghi, costi del capitale elevati, catene di approvvigionamento fragili e vulnerabilità geopolitica. In questi ambiti, un approccio puramente laissez-faire può essere strategicamente ingenuo.
Esiste anche un pericolo serio. Una volta che lo Stato comincia a scegliere le imprese, ad assumere partecipazioni, a orientare gli appalti, a esercitare pressione sulle aziende private e a premiare i campioni nazionali, il confine tra strategia pubblica e favoritismo politico diventa fragile. La politica industriale può trasformarsi in clientelismo. La sicurezza nazionale può diventare una giustificazione per l’allocazione opaca di risorse pubbliche. Il capitalismo strategico può diventare capitalismo clientelare.
È qui che la provocazione di Fubini è più utile. Il problema non è che Trump sia diventato socialista. Il problema è che la sua politica economica potrebbe accelerare la trasformazione del capitalismo americano in un mercato gestito politicamente, dove l’accesso al potere federale determina sempre più il valore aziendale.
La Cina ha dimostrato che il capitalismo può essere profondamente interventista senza cessare di essere capitalista. Gli Stati Uniti sembrano ora trarre una difficile conclusione da questo fatto: in una competizione strategica con il capitalismo a direzione statale, il capitalismo liberale potrebbe non essere in grado di restare puramente liberale.
Il risultato non è la fine del capitalismo. È la fine dell’innocenza del libero mercato.
L’economia globale futura potrebbe non essere definita da un conflitto tra capitalismo e socialismo, ma da un conflitto tra capitalismi diversi: capitalismo liberale, capitalismo di Stato, capitalismo della sicurezza nazionale, capitalismo industriale verde e capitalismo politico autoritario.
In quel paesaggio, la questione decisiva non sarà se lo Stato interviene. Lo farà. La questione decisiva sarà come interviene, sotto quali vincoli giuridici, con quale trasparenza e a vantaggio di chi.
Gli Stati Uniti e la Cina possono essere entrambi sistemi capitalisti interventisti. Non sono lo stesso sistema. La Cina rappresenta un capitalismo organico, autoritario, guidato dal partito. Gli Stati Uniti si stanno muovendo verso un capitalismo strategico, orientato alla sicurezza nazionale, ancora parzialmente vincolato dal diritto, dai mercati e dal pluralismo politico.
La domanda, dunque, non è se l’America stia diventando socialista. È se l’America possa usare lo Stato per difendere il proprio futuro tecnologico senza permettere allo Stato di diventare strumento di favoritismo politico.
Il paradosso della nuova economia globale è che gli Stati Uniti accusano la Cina di distorcere il mercato, mentre imparano sempre più a distorcere il mercato essi stessi. La vera linea di demarcazione non è più tra Stato e mercato, ma tra intervento pubblico disciplinato dal diritto e intervento pubblico catturato dal potere.


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