Il rapporto “Not Dead Yet – International Law in an Age of Uncertainty”

In un momento in cui il diritto internazionale viene abitualmente descritto come inefficace, selettivo o persino obsoleto, Not Dead Yet – International Law in an Age of Uncertainty offre un intervento deliberatamente controintuitivo — che, da studioso di diritto internazionale, trovo al tempo stesso tempestivo e necessario.

Il rapporto, preparato da Lex International con Federica Du Pasquier alla guida e contributi di Beatrice Fihn e Magnus Løvold, si inserisce in un dibattito accademico che conosco bene: quello sulla resilienza o il declino dell’ordine giuridico internazionale. La sua genealogia intellettuale passa per lo Yale Law School Center for Global Legal Challenges e per una tavola rotonda di alto livello a Ginevra nel 2025. Non è un resoconto celebrativo, né una difesa ingenua delle istituzioni esistenti, ma un argomento inquadrato strategicamente: il diritto internazionale ha già trasformato il sistema internazionale in modi profondi, e la sua crisi attuale è meno un fallimento delle norme che un fallimento dell’impegno politico.

In questo senso, Not Dead Yet è tanto una diagnosi quanto un appello all’azione. La domanda di fondo — se gli Stati siano disposti a investire nel diritto internazionale come componente della sicurezza e della politica estera, anziché trattarlo come un vincolo sacrificabile — è una domanda che mi pongo spesso nel mio lavoro. Che si condividano o meno tutte le conclusioni del rapporto, va letto come un invito a prendere sul serio il diritto internazionale non come retorica morale, ma come strumento contestato e fragile di governance globale.

Detto questo, diversi punti meritano una lettura critica. La tesi sulla trasformazione del sistema internazionale dopo il 1945 è coerente con buona parte della letteratura — penso a Fazal, a Zacher — ma il dato del “95%” sulla scomparsa della conquista territoriale è sensibile alla definizione operativa di “conquista” e al dataset impiegato. Funziona come indicatore di una tendenza generale, non come misura precisa. Il fatto che nessuno Stato membro dell’ONU sia scomparso per conquista non implica l’assenza di gravi violazioni dell’integrità territoriale; indica piuttosto una maggiore resilienza istituzionale del sistema. La differenza conta, e il rapporto la sfuma un po’ troppo.

Un problema analogo emerge nella sezione sui tribunali internazionali. Il rapporto mostra correttamente che esistono alternative funzionali alla guerra, ma gli esempi scelti — Nicaragua, Camerun/Nigeria, Cambogia/Thailandia — appartengono a contesti in cui almeno una delle parti aveva incentivi a conformarsi. È un bias di selezione che indebolisce l’argomentazione. Il problema dell’applicazione delle decisioni, che il rapporto riconosce, è in realtà centrale, non periferico: senza meccanismi coercitivi credibili, il diritto internazionale resta pesantemente dipendente dalla volontà politica degli Stati. Questo è un limite strutturale, non un’obiezione marginale.

Sulla limitazione delle pratiche belliche, l’argomento è plausibile ma richiede qualificazione. La stigmatizzazione normativa delle armi chimiche o delle mine antiuomo ha effetti empiricamente documentati, ma coesiste con violazioni ricorrenti — basta guardare alla Siria. Più onestamente, si potrebbe dire che il diritto internazionale umanitario ha aumentato i costi reputazionali e politici di determinate condotte piuttosto che eliminarle. È un risultato non banale, ma diverso dalla conformità generalizzata che il rapporto sembra suggerire in alcuni passaggi.

Il confronto tra diritto/diplomazia e forza militare è forse la parte più controversa. I riferimenti ad Afghanistan, Iraq, Libia e Yemen sono difendibili in termini di esiti problematici, ma il controfattuale è sempre difficile da stabilire quando si parla di interventi militari. Il caso del JCPOA fornisce prove più solide di efficacia diplomatica, sebbene anche qui il rapporto tenda ad assumere che l’alternativa militare sia necessariamente peggiore senza modellare scenari intermedi. L’International Law Index, dal canto suo, è interessante come dato di opinione pubblica, ma non va confuso con un indicatore di comportamento statale: il divario tra le preferenze normative dei cittadini e le decisioni dei governi è strutturale nelle relazioni internazionali.

L’affermazione più solida del rapporto, a mio giudizio, non è che il diritto internazionale “funzioni sempre”, ma che riduca sistematicamente l’incertezza e i costi di coordinamento rispetto a un sistema puramente anarchico. È un approccio realista-istituzionalista: il diritto non è un’alternativa alla politica di potenza, ma un meccanismo che accresce stabilità e prevedibilità. Ed è anche, forse, la miglior ragione per continuare a investirvi — non per idealismo, ma per calcolo.