Discorso d’odio, libertà di espressione e Corte europea dei diritti dell’uomo: la sfida della coerenza e il paradigma dell’odio a bassa soglia

La presentazione di Natalie Alkiviadou mette in luce come la libertà di espressione, pilastro della democrazia, stia attualmente subendo una “strumentalizzazione” politica e un approccio incoerente da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU). La tensione che l’autrice identifica è una con cui chiunque lavori all’intersezione tra diritti fondamentali e diritto della sicurezza non può evitare di confrontarsi: sebbene la Corte abbia stabilito nel 1976 che la libertà di espressione include idee che “urtano, offendono o disturbano”, Alkiviadou sostiene che questo principio si è significativamente deteriorato. Un problema centrale è l’assenza di una definizione universale di “discorso d’odio”, che ha portato la Corte ad adottare un atteggiamento paternalistico e incoerente, creando spesso una gerarchia di gruppi protetti e discorsi punibili. Questo cambiamento è evidente in quello che definisce il “paradigma dell’odio a bassa soglia”, in cui sanzioni penali vengono imposte per osservazioni offensive anche in assenza di qualsiasi incitamento alla violenza. Casi che coinvolgono politici come Féret, gruppi giovanili come Vejdeland o privati cittadini come Lilliendahl dimostrano come la Corte ora sanzioni espressioni rivolte a gruppi religiosi, razziali o di genere semplicemente perché ritenute pregiudizievoli o insultanti, ignorando di fatto i propri precedenti sulla libertà di parola provocatoria. Questa incoerenza si estende anche alla memoria storica: ad esempio, la Corte applica rigorosamente l’Articolo 17 (abuso di diritto) alla negazione dell’Olocausto ma utilizza un’analisi contestuale più permissiva per la negazione del genocidio armeno. Un doppio standard simile si osserva nel divieto dei simboli nazisti rispetto a una visione più tollerante verso l’iconografia comunista.

Inoltre, l’introduzione della responsabilità dei terzi significa che le piattaforme online e persino i singoli individui possono essere ritenuti penalmente responsabili per commenti d’odio pubblicati da altri se non vengono rimossi abbastanza rapidamente. Alkiviadou avverte che queste misure restrittive possono essere controproducenti: piuttosto che proteggere le minoranze, silenziare opinioni offensive può trasformare chi le esprime in “martiri” e fornire loro una piattaforma ancora più ampia. In definitiva, suggerisce che una democrazia sana non dovrebbe affidarsi al paternalismo della Corte per decidere chi è “vulnerabile”, ma dovrebbe invece mantenere una solida struttura di libertà di espressione che consenta a tutti i cittadini di partecipare e crescere. È una posizione che merita un’attenta considerazione, specialmente in un momento in cui l’UE lega sempre più la regolamentazione dei contenuti agli obiettivi di sicurezza — una tendenza che rischia di riprodurre esattamente le incoerenze documentate da Alkiviadou.

Si veda anche Natalie Alkiviadou, Hate Speech and the European Court of Human Rights (Routledge, 2025), in cui l’autrice sostiene che la Corte europea dei diritti dell’uomo dovrebbe rivedere il proprio approccio ai casi di discorso d’odio e riaffermare una robusta protezione della libertà di espressione in linea con Handyside c. Regno Unito, osservando che l’Articolo 10 protegge non solo le opinioni ben accolte ma anche quelle offensive, scioccanti o disturbanti.

This website stores cookies on your computer. These cookies are used to provide a more personalized experience and to track your whereabouts around our website in compliance with the European General Data Protection Regulation. If you decide to to opt-out of any future tracking, a cookie will be setup in your browser to remember this choice for one year.

Accept or Deny