I dazi vengono spesso presentati come una deviazione rispetto a una condizione “normale” di libero scambio. La storia economica suggerisce però una lettura più complessa.
Per gran parte dell’età moderna e contemporanea, le tariffe doganali hanno rappresentato uno strumento ordinario della politica degli Stati: servivano a finanziare il bilancio pubblico, proteggere industrie nazionali, sostenere processi di industrializzazione e, non meno importante, esercitare pressione nelle relazioni economiche internazionali.
Negli Stati Uniti, ad esempio, i dazi costituirono per oltre un secolo una delle principali fonti di entrata del governo federale. L’industrializzazione americana dell’Ottocento avvenne inoltre in un contesto caratterizzato da una protezione tariffaria significativa. Questo non significa che i dazi abbiano “prodotto” l’industrializzazione americana, ma certamente impedisce di descrivere quella fase come un’esperienza di libero scambio.
Anche l’ordine commerciale costruito dopo il 1945 non ha eliminato i dazi. Il GATT, e successivamente il WTO, hanno piuttosto cercato di disciplinarli: riduzione negoziata delle tariffe, reciprocità, non discriminazione, consolidamento degli impegni e controllo delle restrizioni commerciali.
Il punto decisivo è quindi che il sistema multilaterale non coincide con il “free trade” assoluto. È un sistema di liberalizzazione regolata e negoziata.
Da qui emerge una distinzione importante tra free trade e fair trade.
L’apertura dei mercati può essere formalmente reciproca ma sostanzialmente asimmetrica. Sussidi pubblici, imprese statali, trasferimenti obbligatori di tecnologia, appropriazione della proprietà intellettuale, requisiti di contenuto locale, politiche industriali discriminatorie o altre barriere non tariffarie possono alterare profondamente le condizioni della concorrenza. Il testo del 2018 insisteva proprio su questo problema con riferimento alla Cina, ai sussidi e ai trasferimenti di tecnologia.
In questa prospettiva il dazio cambia funzione.
Non è necessariamente soltanto una barriera destinata a proteggere permanentemente il produttore nazionale. Può diventare una leva negoziale: limitare l’accesso a un grande mercato per indurre un altro Stato a modificare determinate pratiche, aprire maggiormente il proprio mercato o accettare nuove condizioni commerciali.
È qui che la politica tariffaria entra pienamente nella geoeconomia.
Il mercato stesso diventa una risorsa di potere. Uno Stato che controlla un mercato di grandi dimensioni può utilizzare l’accesso a quel mercato come incentivo oppure come strumento di pressione. Il dazio diventa allora una delle possibili forme attraverso cui l’interdipendenza economica viene trasformata in capacità negoziale.
A questa dimensione si aggiunge quella della sicurezza economica. Acciaio, alluminio, semiconduttori, energia, farmaci e materie prime critiche non possono essere valutati esclusivamente sulla base del prezzo più basso disponibile sul mercato mondiale. Dipendere completamente dall’estero per una capacità produttiva strategica può diventare problematico in caso di guerra, crisi geopolitica o interruzione delle catene di approvvigionamento. Anche questa preoccupazione emergeva chiaramente già nel dibattito sui dazi del 2018.
Naturalmente esiste anche il problema opposto. Una protezione prolungata può ridurre gli incentivi all’innovazione, mantenere in vita imprese inefficienti, aumentare i costi per i consumatori e per le industrie a valle e generare rendite protette dalla concorrenza. Il protezionismo, se diventa permanente, può quindi indebolire proprio il sistema produttivo che pretende di difendere.
Per questo la vera alternativa non è semplicemente:
libero scambio oppure dazi.
È più utile distinguere tra le diverse funzioni che il dazio può assumere:
strumento fiscale ? protezione industriale ? salvaguardia ? compensazione di pratiche distorsive ? sicurezza economica ? leva negoziale ? coercizione economica.
La storia dei dazi può quindi essere letta come una trasformazione progressiva della loro funzione.
Nel XIX secolo erano soprattutto strumenti fiscali e industriali.
Nel sistema GATT/WTO diventano strumenti sottoposti a regole multilaterali.
Nella fase contemporanea riemergono come strumenti di politica industriale, sicurezza economica e competizione geopolitica.
Il passaggio fondamentale è forse proprio questo:
dal dazio come protezione del mercato al mercato come strumento di potere.
