Strategy and Grand Strategy di Joshua Rovner offre quello che è, a mio avviso, uno dei quadri analitici più chiari disponibili per comprendere perché gli Stati così spesso non riescono a collegare l’azione militare alla sicurezza di lungo termine. Il libro parte da una premessa apparentemente semplice: strategia e grande strategia non sono la stessa cosa, e confonderle porta gli Stati in crisi evitabili. La strategia è una teoria della vittoria, una spiegazione di come la forza produrrà risultati politici in guerra; la grande strategia è una teoria della sicurezza, un progetto di come gli strumenti militari, diplomatici ed economici dovrebbero creare un ordine stabile dopo la fine della guerra. Confondere le due cose rischia di vincere battaglie che rovinano la pace, o di perdere battaglie che rafforzano inaspettatamente la posizione di lungo termine di uno Stato.
Rovner illustra questo attraverso momenti storici contrastanti. La Francia nella Rivoluzione americana raggiunse il successo strategico coordinandosi efficacemente con le forze americane e sconfiggendo la Gran Bretagna sul campo di battaglia, eppure il peso finanziario di quella vittoria destabilizzò la monarchia e contribuì alla Rivoluzione francese. La Gran Bretagna, al contrario, subì un umiliante fallimento strategico nello stesso conflitto, ma quella sconfitta impose una riconsiderazione delle priorità e alla fine portò a una rinascita imperiale ancorata al dominio navale e al bilanciamento offshore. Questi casi mostrano che un esito sul campo di battaglia non è un indicatore della sicurezza a lungo termine: il successo strategico può distruggere le fondamenta della grande strategia, mentre il fallimento può consentire il rinnovamento.
Una tensione simile emerge nell’analisi della Guerra del Peloponneso. Atene e Sparta possedevano ciascuna una teoria coerente della sicurezza — la supremazia navale ateniese e la potenza terrestre spartana — ma entrambe abbandonarono la fiducia nei propri vantaggi. Questa perdita di fiducia nella propria grande strategia le portò ad abbracciare strategie irrealistiche che promettevano vittorie rapide senza rischiare un confronto diretto con il centro di gravità del nemico. Il risultato non fu un trionfo decisivo ma una guerra lunga e logorante che erose il potere di entrambi gli Stati. Qui Rovner mostra come le fantasie strategiche fioriscano quando la grande strategia diventa incerta, e come la deterrenza possa fallire anche quando l’equilibrio di potere dovrebbe logicamente produrre stabilità.
Il libro riformula poi i dibattiti contemporanei. Il Vietnam dimostra come una guerra possa diventare invincibile non a causa di errori tattici, ma perché i decisori politici non condividono una comprensione di cosa significherebbe la “vittoria” all’interno di una più ampia teoria della sicurezza. Le armi nucleari rivelano una contraddizione simile: a livello di strategia, appaiono troppo distruttive per un uso razionale, eppure a livello di grande strategia gli Stati continuano a espandere gli arsenali e a pianificare la leva coercitiva. Rovner suggerisce che queste incongruenze persistono perché gli Stati perseguono strumenti strategici che la loro grande strategia non può logicamente sostenere, un modello visibile dalla Guerra Fredda al modello post-11 settembre di “guerra permanente” contro il terrorismo.
Infine, la discussione sulle tecnologie emergenti — operazioni cyber, sistemi abilitati dall’IA e guerra dell’informazione — cattura un ciclo ricorrente nella storia strategica: ottimismo iniziale, paura di restare indietro e riconoscimento finale dei limiti operativi. Le innovazioni tecnologiche possono ridefinire la condotta della guerra, ma raramente eliminano l’attrito, l’incertezza o le questioni politiche a cui la grande strategia deve rispondere. Le potenze moderne rischiano di presumere che la superiorità tecnologica produrrà esiti rapidi e decisivi; il libro avverte che la vittoria nel dominio dell’informazione potrebbe non tradursi in sicurezza duratura se gli obiettivi strategici non sono ancorati a un ordine post-conflitto coerente.
In definitiva, l’argomento di Rovner conduce a una conclusione che fa riflettere: gli Stati falliscono non perché fraintendono la guerra, ma perché fraintendono il rapporto tra la guerra e la pace che la segue. La strategia può vincere una campagna, ma la grande strategia decide se quella vittoria conta. La domanda centrale per qualsiasi Stato, passato o presente, non è quindi “Possiamo vincere?” ma “Che cosa significherebbe vincere — e siamo pronti a convivere con le conseguenze?”

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