Vivian Maier. La fotografa che il mondo ha scoperto troppo tardi

Ci sono storie talmente singolari che, se fossero inventate, sembrerebbero poco credibili. Quella di Vivian Maier è una di queste. Una donna che per decenni ha lavorato come bambinaia, conducendo una vita piuttosto appartata, e che nel frattempo ha realizzato qualcosa come 150.000 fotografie, senza che quasi nessuno sapesse quanto fosse brava. Oggi è considerata una delle figure più interessanti della fotografia di strada del Novecento, eppure il suo talento è stato riconosciuto pubblicamente soltanto dopo la sua morte.

Ho trovato questa vicenda affascinante, anche perché il modo in cui le sue fotografie sono venute alla luce sembra davvero la trama di un film.

Nel 2007, a Chicago, un giovane di nome John Maloof acquista all’asta, per circa 380 dollari, una scatola contenente migliaia di vecchi negativi fotografici. Sta cercando immagini storiche per un libro su un quartiere della città. I negativi, a una prima occhiata, non sembrano particolarmente utili per il suo progetto e vengono messi da parte. Qualche tempo dopo, però, Maloof comincia a esaminarli con maggiore attenzione e si rende conto di avere tra le mani qualcosa di decisamente insolito.

Le fotografie sono bellissime. Ritratti di sconosciuti, persone incontrate per strada, bambini, anziani, lavoratori, scene della vita quotidiana di Chicago e New York. Immagini spesso ironiche, qualche volta malinconiche, costruite con un’attenzione alla composizione e al momento dello scatto che colpisce immediatamente.

Maloof cerca di capire chi le abbia realizzate. Il nome è Vivian Maier, ma su Internet non trova praticamente nulla. Comincia allora a digitalizzare i negativi e a pubblicare alcune fotografie online. Le reazioni sono entusiaste. Da quel momento prende avvio una ricerca che diventerà il documentario Finding Vivian Maier, diretto nel 2013 dallo stesso Maloof insieme a Charlie Siskel.

Ed è qui che la storia diventa ancora più interessante.

Vivian Maier nasce a New York nel 1926, trascorre parte dell’infanzia in Francia e torna negli Stati Uniti da adulta. Per gran parte della vita lavora come bambinaia presso alcune famiglie americane, soprattutto a Chicago. Non si sposa, non ha figli e conduce un’esistenza piuttosto riservata. Le persone che l’hanno conosciuta la descrivono come una donna alta, dal carattere deciso, con un abbigliamento piuttosto particolare: grandi cappelli, cappotti pesanti, scarpe maschili. Una figura che difficilmente passava inosservata.

C’era soprattutto una cosa dalla quale non si separava quasi mai: la macchina fotografica.

Usava prevalentemente una Rolleiflex, una bellissima macchina di medio formato con due obiettivi sovrapposti, uno per la ripresa e l’altro per la visione. Il formato era il 6×6, con negativi quadrati decisamente più grandi di quelli delle comuni macchine fotografiche da 35 mm. L’obiettivo standard aveva generalmente una lunghezza focale di 75 o 80 mm, che, tenendo conto delle dimensioni del negativo, corrisponde sostanzialmente a un 40 mm sul formato 35 mm, poco più nel caso dell’80 mm.

È una focale che trovo particolarmente interessante perché offre una prospettiva molto naturale, abbastanza ampia da comprendere una persona nel suo ambiente, senza le deformazioni più evidenti dei grandangolari spinti. Una scelta ideale per quel genere di fotografia che oggi chiamiamo street photography.

La Rolleiflex aveva anche un’altra caratteristica importante. Non si fotografava normalmente portando la macchina davanti agli occhi, come facciamo con una reflex o con una moderna mirrorless. Si guardava dall’alto, attraverso un pozzetto, tenendo la macchina all’altezza del petto o della vita. Questo consentiva di osservare e fotografare le persone in modo relativamente discreto, senza attirare troppo la loro attenzione.

Immagino Vivian mentre attraversa le strade di Chicago con la sua Rolleiflex, magari accompagnando i bambini che le sono stati affidati. Si ferma davanti a una vetrina, osserva un passante, aspetta che due persone si incrocino o che un’espressione duri quel secondo necessario per trasformarsi in una fotografia.

La sua capacità di cogliere questi momenti è davvero impressionante. Alcune immagini ricordano quelle di Henri Cartier-Bresson, altre fanno pensare a Robert Frank o Diane Arbus. E tuttavia, guardandole, si riconosce progressivamente uno stile personale, un modo particolare di osservare il mondo.

Quello che mi sorprende è la quantità delle fotografie che ha realizzato. Vivian fotografava continuamente. Conservava negativi, rullini, stampe, filmati, registrazioni sonore, giornali e ogni genere di documento. Accumulava tutto in scatole e valigie che finivano per occupare intere stanze e depositi. Moltissimi rullini non venivano nemmeno sviluppati. Probabilmente non aveva le risorse economiche per farlo, almeno in alcuni periodi della sua vita.

Mi chiedo che cosa provasse una persona che continuava a fotografare senza poter vedere il risultato di una parte consistente del proprio lavoro. Oggi scattiamo una fotografia e la guardiamo immediatamente sullo schermo. Vivian poteva conservare un rullino per anni senza aver mai visto le immagini che conteneva.

Il documentario cerca di ricostruire questa personalità così particolare attraverso le testimonianze delle persone che l’hanno conosciuta. Maloof rintraccia le famiglie per le quali aveva lavorato e intervista molti dei bambini, ormai adulti, che Vivian aveva accudito.

Ne emerge un personaggio complesso, a tratti contraddittorio. Alcuni la ricordano con affetto, come una donna originale, curiosa, capace di portarli alla scoperta della città e di luoghi che normalmente non avrebbero frequentato. Altri raccontano una persona difficile, estremamente riservata, talvolta autoritaria e persino violenta.

Vivian non permetteva praticamente a nessuno di entrare nella propria stanza. Proteggeva gelosamente le sue scatole, i negativi e gli oggetti personali. In alcune occasioni cambiava il modo di scrivere il proprio cognome o si presentava in maniera diversa. Una volta, quando qualcuno le chiese che lavoro facesse, rispose di essere una specie di spia.

La battuta mi ha fatto sorridere, anche perché contiene qualcosa di vero. Vivian trascorreva la vita a osservare e documentare quella degli altri, cercando nello stesso tempo di sottrarre la propria allo sguardo altrui.

Negli ultimi anni le sue condizioni economiche peggiorano. Alcuni dei bambini che aveva cresciuto, ormai adulti, si prendono cura di lei e contribuiscono a pagarle un appartamento. Nel frattempo, i beni che aveva accumulato in alcuni depositi vengono messi all’asta perché non riesce più a sostenerne le spese. È proprio in questo modo che i negativi arrivano nelle mani di Maloof e di altri acquirenti.

La parte più incredibile della vicenda è forse quella che riguarda il momento della scoperta.

Quando Maloof acquista i primi negativi, nel 2007, Vivian è ancora viva. Non sa nulla di lei e non riesce a rintracciarla. Nel 2009 prova nuovamente a cercare il suo nome su Internet e trova finalmente qualcosa: un necrologio.

Vivian Maier era morta il 21 aprile 2009, all’età di 83 anni.

Maloof scopre quindi chi fosse l’autrice delle fotografie proprio quando non ha più alcuna possibilità di conoscerla. Da quel momento comincia a ricostruirne la vita, viaggiando anche in Francia, recuperando documenti e intervistando chiunque possa raccontargli qualcosa di lei.

Intanto le sue immagini iniziano a circolare, vengono organizzate mostre e pubblicati libri. Il mondo della fotografia scopre improvvisamente un’autrice straordinaria, rimasta sconosciuta per tutta la vita.

Guardando Finding Vivian Maier, mi sono però posto una domanda che il documentario stesso lascia aperta: Vivian avrebbe voluto che le sue fotografie fossero mostrate al pubblico?

Non ne abbiamo la certezza. Aveva passato la vita a difendere la propria riservatezza e a custodire gelosamente il proprio lavoro. Esistono alcuni indizi del fatto che avesse pensato alla possibilità di far stampare o conoscere certe immagini, ma non sappiamo quali fossero davvero le sue intenzioni.

La questione è interessante anche per un altro motivo. Molte fotografie che oggi ammiriamo sono state selezionate e stampate dopo la sua morte. In alcuni casi si tratta di negativi che Vivian non aveva nemmeno sviluppato. Non sappiamo, quindi, quali immagini avrebbe scelto personalmente, quali avrebbe scartato o come avrebbe voluto stamparle.

Maloof ha certamente avuto un ruolo fondamentale nel recupero e nella valorizzazione di questo immenso archivio. Senza il suo intervento, una parte importante dell’opera di Vivian Maier avrebbe potuto andare dispersa. Nello stesso tempo, è difficile non interrogarsi sul ruolo che chi scopre e gestisce un archivio finisce per assumere nella costruzione della reputazione artistica di una persona che non può più intervenire.

Tra tutte le fotografie di Vivian, trovo particolarmente belli i suoi autoritratti. Si fotografava spesso riflessa nelle vetrine, negli specchi, nelle superfici metalliche o attraverso l’ombra proiettata sui muri. A volte la sua figura è ben riconoscibile, altre volte compare soltanto una sagoma con la Rolleiflex.

Sono immagini molto moderne, anche se realizzate decenni prima della diffusione dei selfie. C’è però una differenza che mi colpisce: Vivian non sembra interessata a mettersi in mostra. La sua presenza entra nella fotografia quasi come un elemento della composizione, insieme agli edifici, ai passanti e ai riflessi della città.

Mi piace pensare che questi autoritratti rappresentino in qualche modo la sua personalità: una donna che si lascia intravedere senza concedere troppo di sé.

Alla fine del documentario rimane la sensazione di aver conosciuto una fotografa straordinaria, continuando però a sapere pochissimo della persona che era realmente. Le testimonianze sono numerose, le fotografie ancora di più, eppure Vivian Maier rimane per molti aspetti un mistero.

C’è qualcosa di profondamente singolare nel pensare che abbia trascorso gran parte della propria vita a fotografare persone sconosciute, conservandone le immagini in scatole che nessuno guardava, e che oggi, a distanza di decenni, milioni di persone possano osservare quei volti, quelle strade e quei piccoli momenti di vita quotidiana.

Forse è proprio questo l’aspetto che mi affascina maggiormente della sua storia. Vivian fotografava perché evidentemente sentiva il bisogno di farlo. Il riconoscimento pubblico, la fama e il mercato dell’arte sono arrivati dopo, quando lei non c’era più.

E trovo curioso che una persona capace di osservare così attentamente il mondo e le vite degli altri sia riuscita a lasciare così poche certezze sulla propria.

Finding Vivian Maier (2013), di John Maloof e Charlie Siskel, merita di essere visto anche soltanto per questo: per il piacere di scoprire, una fotografia dopo l’altra, lo sguardo straordinario di una donna che il mondo ha conosciuto troppo tardi.

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