Secondo il CEPR, la deviazione commerciale verso l’Europa è reale — ma non distribuita uniformemente nell’economia

Un recente studio del CEPR, “The European Union under pressure? Exploring Chinese trade deflection”, esamina una questione che considero centrale nel dibattito attuale sulla sicurezza economica dell’UE: se i dazi statunitensi sulle merci cinesi abbiano causato un reindirizzamento delle esportazioni cinesi verso mercati terzi, con particolare attenzione all’Unione europea. Utilizzando dati commerciali mensili ad altissimo livello di disaggregazione e un approccio difference-in-differences, gli autori confrontano le categorie merceologiche colpite dai dazi USA con prodotti non trattati o meno esposti nelle due fasi principali del conflitto commerciale USA-Cina: l’ondata tariffaria del 2018-2019 e la rinnovata escalation nel 2025. Il risultato principale è che, durante la prima guerra commerciale, le esportazioni cinesi colpite dai dazi USA sono state significativamente reindirizzate verso l’UE. Sei mesi dopo l’introduzione dei dazi, le esportazioni nei mercati di prodotti interessati erano circa il 9% più alte verso l’Europa, e dopo quindici mesi l’aumento raggiungeva circa il 14%. In termini quantitativi, gli autori stimano che l’UE abbia assorbito circa un terzo del calo delle importazioni statunitensi dalla Cina in quell’episodio.

Lo studio è tuttavia attento a non sopravvalutare il risultato. La deviazione commerciale è reale, ma non è distribuita uniformemente nell’economia. I suoi effetti si concentrano in mercati di prodotti specifici, soprattutto dove le relazioni commerciali sono meno “rigide”, ossia dove le imprese possono cambiare fornitori e destinazioni in modo relativamente rapido e a costi contenuti. Le evidenze suggeriscono inoltre che l’aggiustamento è stato guidato principalmente dai volumi anziché dai prezzi, il che implica che l’UE riceveva più merci cinesi piuttosto che semplicemente merci più costose. Alcuni settori apparivano particolarmente esposti, tra cui metalli preziosi, prodotti vegetali, cellulosa e carta, grassi e oli, e metalli di base. Ciò significa che la preoccupazione politica rilevante riguarda meno un afflusso aggregato di importazioni cinesi e più una pressione competitiva localizzata su specifiche industrie europee.

Per contro, le evidenze per il 2025 sono molto più ambigue. Sebbene le esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti siano calate bruscamente dopo le nuove misure tariffarie, gli autori non trovano prove robuste che i prodotti più pesantemente esposti siano stati sistematicamente reindirizzati verso l’UE. La loro interpretazione è che lo shock del 2025 differiva dall’episodio precedente perché era accompagnato da un’incertezza politica molto maggiore, annunci improvvisi e calendari tariffari in rapida evoluzione. In quel contesto, la contrazione del commercio potrebbe aver riflesso incertezza e perturbazione tanto quanto effetti di prezzo standard. Di conseguenza, il meccanismo di reindirizzamento è più difficile da identificare statisticamente e le evidenze restano inconcludenti a livello aggregato.

L’implicazione politica è sfumata ma importante. Lo studio suggerisce che le preoccupazioni europee sulla deviazione commerciale sono giustificate, soprattutto nei mercati di prodotti definiti in modo ristretto dove le esportazioni cinesi reindirizzate possono intensificare la concorrenza delle importazioni e creare costi di aggiustamento per i produttori nazionali. Al tempo stesso, gli autori non propugnano un protezionismo generalizzato. Propongono invece un approccio di sorveglianza mirata basato su indicatori a livello di prodotto, progettato per individuare i casi in cui le esportazioni verso l’UE crescono bruscamente mentre le esportazioni cinesi verso gli USA calano simultaneamente. In altre parole, lo studio sostiene il monitoraggio selettivo e gli strumenti di salvaguardia piuttosto che una risposta commerciale difensiva generalizzata.