Gli Stati Uniti hanno sostenuto l’adesione della Cina al WTO principalmente perché i decisori politici ritenevano che avrebbe fatto avanzare tre obiettivi interconnessi — e comprendere quali fossero questi obiettivi aiuta a spiegare gran parte della disillusione che ne è seguita.
- Il primo era economico: Washington riteneva che l’adesione della Cina al WTO, insieme alle relazioni commerciali normali permanenti (PNTR), avrebbe aperto il mercato cinese in modo molto più ampio ai beni, servizi e investimenti americani, senza richiedere agli Stati Uniti ulteriori importanti concessioni tariffarie. Questa era la linea ufficiale dell’amministrazione Clinton: ottenere dalla Cina concessioni sull’accesso al mercato e consolidare le riforme pro-mercato cinesi.
- Il secondo era strategico e politico: una parte importante dell’establishment americano di politica estera ed economia riteneva che integrare la Cina nell’ordine economico internazionale avrebbe favorito l’apertura interna, ulteriori riforme, maggiore prevedibilità e, nel tempo, una Cina più profondamente socializzata in un sistema basato su regole plasmato in larga misura dagli Stati Uniti. In altre parole, molti a Washington speravano che l’integrazione avrebbe avuto un effetto trasformativo.
- Il terzo era istituzionale: portare la Cina nel WTO significava incanalare le frizioni commerciali in un quadro multilaterale di regole e risoluzione delle controversie anziché gestirle principalmente attraverso il confronto bilaterale. L’idea era che il conflitto con una Cina in ascesa fosse inevitabile, ma che sarebbe stato meglio gestirlo all’interno di un quadro giuridico e istituzionale.
Esiste una letteratura consistente in materia. Tra gli studi utili figurano i lavori di Nicholas Lardy alla Brookings e successivamente al Peterson Institute, che difendevano l’adesione principalmente in termini di apertura dei mercati e riforma economica cinese; gli studi di caso del Peterson Institute sui negoziati del 1999 e la battaglia politica interna sulla PNTR; e ricerche più recenti, tra cui lavori del NBER sulla PNTR e il commercio USA-Cina, che aiutano a distinguere tra le motivazioni originarie del 1999-2001 e gli effetti ex post, divenuti poi assai più controversi.
In estrema sintesi: gli Stati Uniti volevano la Cina nel WTO perché si aspettavano maggiore accesso al mercato cinese, più riforme interne in Cina e un quadro multilaterale più solido per gestire una relazione destinata comunque a espandersi. Col senno di poi, molti studiosi sostengono che Washington abbia sopravvalutato gli effetti politici liberalizzanti dell’integrazione e sottovalutato sia i costi distributivi interni negli Stati Uniti sia la capacità della Cina di beneficiare del sistema senza convergere realmente verso il modello che molti americani avevano auspicato.

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