Quando si parla di intelligenza artificiale e giornalismo, ci si chiede spesso se un sistema automatico possa scrivere un articolo al posto di un giornalista. Nell’università la domanda è simile: potrà produrre saggi, preparare lezioni o contribuire alla ricerca? Sono questioni importanti, ma ne vedo un’altra, forse più decisiva: che cosa accade alla nostra capacità di conoscere e discutere liberamente la realtà quando gli strumenti utilizzati per cercare, scegliere e interpretare le informazioni dipendono sempre più da un numero ristretto di imprese?
Il giornalismo e la ricerca scientifica hanno compiti e metodi diversi. Il giornalista ricostruisce fatti di interesse pubblico, cerca testimonianze e verifica documenti; lo studioso formula ipotesi, confronta interpretazioni e sottopone le proprie conclusioni alla critica. Entrambi, però, contribuiscono a una condizione essenziale della democrazia: l’esistenza di persone e istituzioni capaci di produrre conoscenza indipendentemente dalle versioni dei fatti offerte da chi detiene il potere. La libertà di stampa e la libertà accademica, perciò, non tutelano soltanto due categorie professionali. Proteggono anche la possibilità, per tutti, di formarsi un giudizio autonomo.
Non credo che questa autonomia si difenda rifiutando l’intelligenza artificiale. Una redazione può utilizzarla per esaminare molti documenti, confrontare fonti e lavorare su materiali in lingue diverse. Nella ricerca può aiutare a individuare collegamenti e ad affrontare problemi che richiederebbero molto più tempo. Eppure la rapidità con cui si ottiene una risposta non garantisce affatto che quella risposta sia fondata. Un testo ordinato, scritto con sicurezza e apparentemente esauriente può nascondere errori, presupposti discutibili o elementi importanti che non sono stati considerati.
È un aspetto sul quale mi sembra necessario insistere, anche per chi lavora abitualmente con documenti e fonti giuridiche. Una sintesi può essere utile per orientarsi, ma non sostituisce la lettura della disposizione, della sentenza o del documento originale. Talvolta basta una parola, una riserva o un passaggio trascurato per cambiare il significato di una conclusione. Il problema, quindi, non è soltanto stabilire se una risposta sia giusta o sbagliata: è poter ricostruire come ci si è arrivati e su quali elementi poggi. Senza questa possibilità, diventa più difficile anche contestarla.
Siamo abituati a pensare alle minacce contro la libertà di informazione in termini di censura: una notizia che non può essere pubblicata, un’opinione repressa, una voce critica messa a tacere. Queste minacce restano attuali. Ma la possibilità di incidere su ciò che sappiamo comincia anche prima della pubblicazione: nella scelta delle fonti, nella selezione dei materiali, nell’ordine in cui vengono presentati e in ciò che viene lasciato fuori. Se redazioni, università e centri di ricerca affidassero una parte crescente di queste operazioni ai medesimi intermediari tecnologici, potrebbero finire per condividere non soltanto gli strumenti, ma anche le loro limitazioni e i loro criteri di selezione.
Non occorre immaginare una censura deliberata. Le scelte commerciali, le caratteristiche dei dati utilizzati per sviluppare i sistemi e i loro limiti tecnici possono influire sui risultati. Il rischio aumenta quando tendiamo a considerare neutrale una selezione soltanto perché è stata compiuta automaticamente. L’assenza di un divieto esplicito non significa che tutte le informazioni abbiano le stesse possibilità di essere trovate e prese in considerazione.
C’è poi un’altra forma di dipendenza, meno visibile. Una redazione può produrre più articoli grazie a strumenti efficienti e, nello stesso tempo, avere meno giornalisti in grado di svolgere inchieste o verificare direttamente una testimonianza. Un’università può aumentare il numero delle pubblicazioni senza migliorare la qualità della ricerca. La capacità di produrre testi e quella di acquisire conoscenza non coincidono. L’indipendenza richiede risorse, competenze, tempo per approfondire e la libertà di arrivare a conclusioni scomode. Non basta dichiarare che l’essere umano mantiene il controllo sull’intelligenza artificiale: bisogna chiedersi se chi verifica il risultato sia davvero in grado di comprenderlo, correggerlo e, se necessario, respingerlo.
Su questo punto trovo utile un confronto con il lavoro di intelligence, pur nella diversità delle finalità. Giornalismo, ricerca scientifica e intelligence hanno in comune alcune esigenze: valutare le fonti, cercare riscontri indipendenti, distinguere i fatti dalle ipotesi e prendere sul serio le spiegazioni alternative. In tutti questi ambiti esiste il pericolo di privilegiare le informazioni che confermano ciò che già si pensa. L’intelligenza artificiale può accentuare il problema quando offre rapidamente una ricostruzione plausibile e vicina alle nostre aspettative. La verifica serve anche a questo: a lasciare aperta la possibilità di essere smentiti dai fatti.
La questione riguarda infine le risposte delle istituzioni. Contrastare la manipolazione dell’informazione e l’uso ingannevole delle nuove tecnologie è necessario. Sarebbe però contraddittorio difendere il pluralismo attribuendo a un’autorità il potere esclusivo di stabilire quali interpretazioni siano ammissibili. Occorrono piuttosto fonti accessibili, possibilità di verifica indipendente, tutela del giornalismo, libertà della ricerca e strumenti per esaminare criticamente anche le tecnologie da cui dipendiamo. Regolare questi sistemi è importante; non meno importante è evitare che la regolazione restringa gli spazi della discussione pubblica.
Per questo la domanda che mi interessa non è tanto se l’intelligenza artificiale sostituirà giornalisti o studiosi. È se sapremo utilizzarla senza perdere le competenze e l’autonomia necessarie per giudicare ciò che ci propone. Le nuove tecnologie possono ampliare enormemente le nostre possibilità di conoscenza, ma nessuna risposta, per quanto rapida e convincente, può sostituire del tutto la verifica delle fonti, il confronto e il dubbio.
La libertà di stampa e la libertà accademica servono anche a garantire questo: che sia sempre possibile scoprire qualcosa che contraddice ciò che credevamo di sapere.