Dalla scacchiera alla politica economica e alla sicurezza: cosa possiamo imparare da uno dei più grandi giocatori della storia.
Questo fine settimana, dopo aver giocato a scacchi con mia figlia, mi sono imbattuto in un video dedicato a José Raúl Capablanca, il campione cubano che dominò gli scacchi negli anni Venti del Novecento. Il commentatore illustrava cinque principi che caratterizzavano il suo modo di giocare: rispettare i principi fondamentali dell’apertura, coordinare i pezzi, conquistare spazio, aprire un secondo fronte e non assumere rischi inutili. Mi sono chiesto cosa accadrebbe se provassimo ad applicare queste regole alla strategia economica e geopolitica dell’Unione europea e dell’Italia.
Il paragone è naturalmente imperfetto. Negli scacchi ci sono due giocatori, regole immutabili e un obiettivo chiarissimo. Nelle relazioni economiche internazionali gli attori sono numerosi, le regole cambiano e la cooperazione può produrre vantaggi reciproci. Eppure, osservando alcune delle difficoltà europee, mi sembra che Capablanca potrebbe insegnarci qualcosa.
La prima regola: conoscere i principi fondamentali prima di scegliere l’apertura. Capablanca non aveva bisogno di memorizzare infinite varianti. Gli bastava sapere che occorreva controllare il centro, sviluppare i pezzi e proteggere il re. Quali sarebbero oggi gli equivalenti europei? Un mercato interno funzionante, un sistema produttivo competitivo, energia disponibile a costi sostenibili, capacità tecnologica e istituzioni in grado di prendere decisioni.
L’Unione ha costruito una parte importante di questa posizione: il mercato unico, la politica commerciale comune, una moneta condivisa da molti Stati membri, una rete di accordi internazionali. In altri settori, però, l’integrazione rimane incompleta. Pensiamo al mercato dei capitali, alla frammentazione delle politiche industriali o alla capacità di mobilitare risorse comuni. Il rapporto Draghi del 2024 ha individuato diversi di questi problemi, poi ripresi dalla Commissione nella Bussola per la competitività del gennaio 2025. La questione è se l’Europa riesca a trasformare gli obiettivi dichiarati in capacità effettive.
Per l’Italia il ragionamento è ancora più concreto. Possiamo discutere delle singole misure fiscali o degli incentivi alle imprese, ma la crescita della produttività, la qualità delle infrastrutture, l’istruzione, la ricerca e l’efficienza amministrativa determinano quali mosse saranno disponibili negli anni successivi. La Commissione europea continua a richiamare l’attenzione proprio sulla debole crescita della produttività italiana e sull’elevato debito pubblico. Se i fondamentali rimangono fragili, ogni nuova difficoltà richiederà interventi più costosi.
La seconda regola: coordinare i pezzi. È forse il principio più importante. Capablanca non valutava la forza di una torre isolatamente, ma il contributo che quella torre poteva dare all’intera posizione. Nell’Unione europea abbiamo strumenti considerevoli: politica commerciale, disciplina della concorrenza, mercato interno, politica monetaria dell’area euro, programmi di ricerca, strumenti di politica industriale e misure di sicurezza economica. La loro efficacia dipende dalla possibilità di utilizzarli in modo coerente.
Le competenze, naturalmente, sono distribuite tra l’Unione e gli Stati membri secondo i Trattati. La politica commerciale comune è una competenza esclusiva dell’Unione, mentre molte decisioni che incidono sulla competitività restano nazionali o sono soggette a forme diverse di coordinamento. Questo rende il problema più difficile di quanto suggerisca la metafora: sulla scacchiera europea non esiste un unico giocatore che possa impartire ordini a tutti i pezzi.
La difficoltà diventa evidente quando gli obiettivi economici e quelli di sicurezza non vengono considerati insieme. Possiamo adottare misure per ridurre una dipendenza strategica e contemporaneamente mantenere politiche che rendono difficile sviluppare alternative europee. Possiamo sostenere l’innovazione senza creare condizioni adeguate perché le imprese crescano. Possiamo finanziare infrastrutture nazionali che avrebbero maggiore utilità se progettate in una dimensione transfrontaliera.
In Italia esiste un problema analogo. Politiche industriali, ricerca universitaria, formazione, energia e infrastrutture seguono spesso processi decisionali distinti. Le competenze istituzionali e amministrative non possono essere semplicemente accorpate, ma devono essere coordinate attorno a obiettivi verificabili. Un investimento pubblico produce risultati diversi a seconda che trovi un sistema capace di valorizzarlo oppure una successione di ostacoli amministrativi.
La terza regola: conquistare spazio. Negli scacchi lo spazio consente di manovrare e limita le possibilità dell’avversario. Nella politica economica internazionale il suo equivalente più interessante è la libertà di scelta.
Un’Europa che dipende da pochi fornitori per materie prime critiche, tecnologie strategiche o servizi digitali dispone di meno alternative quando una relazione commerciale si deteriora. La dipendenza non implica necessariamente vulnerabilità: può derivare da una specializzazione efficiente e reciprocamente vantaggiosa. Diventa un problema di sicurezza quando l’interruzione delle forniture avrebbe conseguenze gravi e le alternative richiederebbero tempi o costi difficilmente sostenibili.
Conquistare spazio, dunque, significa sviluppare capacità industriali, diversificare gli approvvigionamenti, rafforzare la ricerca, realizzare infrastrutture e conservare rapporti economici con una pluralità di partner. Non equivale all’autarchia. Per un’economia avanzata e aperta come quella europea, la diversificazione può essere una fonte di sicurezza più efficace della chiusura.
Anche per l’Italia la conquista dello spazio strategico riguarda le possibilità offerte alle proprie imprese e ai propri lavoratori. La diversificazione dei mercati di esportazione, l’aumento della produttività, la disponibilità di competenze e l’accesso a energia competitiva ampliano le scelte economiche. L’elevato debito pubblico, al contrario, restringe i margini di manovra della politica di bilancio, soprattutto quando aumentano i costi di finanziamento.
La quarta regola: aprire un secondo fronte. Capablanca sapeva che concentrare tutte le risorse su un solo settore della scacchiera avrebbe consentito all’avversario di organizzare una difesa efficace. Preparava allora una pressione in un’altra parte della posizione, costringendolo a distribuire diversamente le proprie forze.
Applicata all’economia europea, questa regola suggerisce di non affidare la competitività a un unico strumento. Di fronte a una concorrenza internazionale fondata sui prezzi, l’Europa può intervenire sulla capacità innovativa, sulla qualità delle produzioni, sulla disponibilità di capitale, sugli standard tecnologici e sulla diversificazione dei mercati. La politica commerciale può offrire opportunità che una politica industriale esclusivamente interna non riuscirebbe a creare.
La lezione è particolarmente interessante nel rapporto con Cina e Stati Uniti. L’Unione può cercare di ridurre vulnerabilità specifiche senza rinunciare a relazioni economiche reciprocamente vantaggiose. Deve però disporre di strumenti alternativi quando un partner ricorre a restrizioni commerciali, sussidi distorsivi o forme di coercizione economica. Un secondo fronte, in questo contesto, può essere anche una nuova partnership commerciale o una maggiore integrazione tra i mercati europei.
Per l’Italia vale un ragionamento simile: puntare esclusivamente sulla competitività di prezzo lascia le imprese esposte alla concorrenza di produttori con costi strutturalmente inferiori. La specializzazione tecnologica, i servizi associati ai prodotti, la ricerca e la presenza su mercati differenti possono offrire altre possibilità. Occorre però evitare la dispersione. Aprire molti fronti senza disporre delle risorse per sostenerli produce il risultato opposto.
La quinta regola: non rischiare inutilmente. Capablanca era disposto a sacrificare materiale, ma normalmente lo faceva quando aveva già preparato le condizioni per ottenere un vantaggio concreto. La prudenza, nel suo gioco, non coincideva con la passività.
È una distinzione importante per la politica economica. Un investimento in tecnologie emergenti comporta inevitabilmente incertezza. Anche una trasformazione industriale o energetica può richiedere costi iniziali elevati. Non prendere decisioni, però, può comportare rischi ancora maggiori, soprattutto quando le tecnologie e i mercati stanno cambiando rapidamente.
Per l’Unione europea, valutare i rischi significa considerare insieme quelli dell’azione e quelli dell’inazione. Sostenere una nuova filiera produttiva può richiedere risorse pubbliche considerevoli e produrre risultati incerti. Rinunciare a svilupparla può consolidare una dipendenza difficile da correggere. La scelta va compiuta considerando costi, benefici, tempi, possibilità di fallimento e conseguenze strategiche.
In Italia questa regola si confronta con i vincoli della finanza pubblica. Il debito elevato rende particolarmente importante la qualità degli investimenti. La prudenza di bilancio può contribuire a preservare la capacità dello Stato di affrontare crisi future; se però comportasse il rinvio sistematico di investimenti essenziali, potrebbe indebolire nel tempo proprio le basi economiche dalle quali dipende la sostenibilità del debito.
Riguardando la partita di Capablanca, c’è un aspetto che mi ha colpito più degli altri. Il campione cubano non vinceva attraverso una singola mossa spettacolare. Migliorava progressivamente la propria posizione, costringeva l’avversario a difendersi, conquistava nuove case e manteneva aperte più possibilità di gioco. Quando arrivava la combinazione decisiva, gran parte del lavoro era già stata compiuta.
In Europa abbiamo spesso la tendenza a discutere soprattutto della prossima misura: il nuovo regolamento, il nuovo fondo, il nuovo programma di investimenti, la nuova iniziativa diplomatica. Naturalmente sono decisioni importanti. Il punto è capire come ciascuna contribuisca alla posizione complessiva che vogliamo costruire.
La situazione dell’Italia aggiunge un’ulteriore difficoltà: molte scelte strategiche richiedono una continuità che supera la durata dei singoli governi. Investire nell’istruzione, nella ricerca, nelle infrastrutture e nella capacità amministrativa significa accettare che una parte dei risultati maturi su orizzonti lunghi. È una condizione propria di molte politiche strutturali, indipendentemente dall’indirizzo politico di chi le promuove.
Capablanca non aveva una formula per vincere ogni partita. Conosceva però il valore di una posizione dalla quale si potessero scegliere molte buone mosse. Forse è proprio questa la domanda che dovremmo porci più spesso quando discutiamo del futuro dell’Europa e dell’Italia: le decisioni che prendiamo oggi aumentano o riducono la nostra libertà di scelta domani?
Fonti e riferimenti
- Video didattico sulle cinque regole del gioco di Capablanca, Ajedrez con Concepto (le cinque regole sono la sintesi didattica proposta dal commentatore).
- Mario Draghi, The Future of European Competitiveness, relazione per la Commissione europea, 9 settembre 2024.
- Commissione europea, Bussola per la competitività, 29 gennaio 2025.
- Commissione europea e Alto rappresentante, Strategia europea per la sicurezza economica, comunicazione congiunta JOIN(2023) 20 final, 20 giugno 2023.
- Parlamento europeo e Consiglio, regolamento (UE) 2024/1252 sulle materie prime critiche, 11 aprile 2024.
- Commissione europea, Country Report – Italy 2026, 3 giugno 2026.
- Commissione europea, Economic Forecast for Italy, 21 maggio 2026.
- Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, in particolare gli artt. 3, 4 e 207 sulla ripartizione delle competenze e sulla politica commerciale comune.

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