Quando mancano i dati, le ipotesi diventano certezze. La lezione dell’Iraq del 2003

Che cosa succede quando si devono prendere decisioni importanti, ma le informazioni disponibili sono poche, frammentarie o poco affidabili? Il caso delle armi di distruzione di massa irachene, alla vigilia dell’invasione del 2003, resta uno degli esempi più istruttivi per chi studia l’intelligence. E offre una lezione che va ben oltre la storia di quella guerra.

Nell’ottobre 2002, un National Intelligence Estimate (NIE), il documento che raccoglieva le principali valutazioni della comunità di intelligence statunitense, sosteneva che l’Iraq avesse ripreso il proprio programma nucleare e disponesse di armi chimiche e biologiche. Dopo l’invasione, le indagini condotte sul terreno non confermarono quelle valutazioni fondamentali. Come era stato possibile arrivare a conclusioni così nette?

La risposta si trova, almeno in parte, in due rapporti ufficiali che suggerisco di leggere agli studenti. Il primo è il rapporto della Commissione intelligence del Senato americano del 9 luglio 2004, dedicato alle valutazioni formulate prima della guerra. Il secondo è il rapporto della Commission on the Intelligence Capabilities of the United States Regarding Weapons of Mass Destruction, del 31 marzo 2005. Quest’ultima era una commissione presidenziale, non parlamentare, ed esaminò in particolare le carenze nella raccolta e nell’analisi delle informazioni.

La Commissione del 2005 scrive una frase difficile da dimenticare: «But they could not analyze data that they did not have». Gli analisti non potevano analizzare dati che non possedevano. Dietro questa constatazione c’è un problema molto concreto. Le agenzie americane avevano raccolto poche informazioni realmente utili e verificabili sui programmi iracheni. Quando le fonti non consentivano di stabilire che cosa stesse accadendo, gli analisti si affidavano a ciò che sapevano del passato: Saddam Hussein aveva sviluppato e nascosto programmi proibiti, aveva usato armi chimiche e aveva ostacolato le ispezioni internazionali. Erano precedenti rilevanti. Non bastavano, però, a dimostrare che nel 2002 esistessero ancora gli stessi arsenali o programmi attivi.

Qui entra in gioco il bias. Il rapporto del Senato del 2004 parla espressamente di groupthink: la convinzione condivisa che l’Iraq conservasse programmi attivi di armamento finì per orientare l’interpretazione degli indizi. Informazioni ambigue furono lette come conferme; quelle che suggerivano spiegazioni diverse ricevettero minore attenzione. I meccanismi predisposti per contestare le ipotesi dominanti non furono utilizzati in modo adeguato. Un’ipotesi di lavoro, inizialmente comprensibile, si trasformò progressivamente in una presunzione difficilmente confutabile.

Un esempio riguarda i tubi di alluminio che l’Iraq cercava di acquistare. Alcuni analisti li interpretarono come possibili componenti per centrifughe destinate all’arricchimento dell’uranio. Esisteva però una spiegazione alternativa, sostenuta anche da competenze tecniche interne all’amministrazione statunitense: quei tubi erano più compatibili con la produzione di razzi convenzionali. Il punto non era ignorare il potenziale impiego nucleare di un materiale a duplice uso, ma stabilire quanto quel dato permettesse effettivamente di inferire sulle intenzioni e sulle attività irachene.

Il rapporto del 2005 individua anche un errore particolarmente significativo: in alcuni passaggi, gli analisti finirono per richiedere prove dell’assenza delle armi, invece di cercare prove positive della loro presenza. È una distinzione decisiva sul piano del metodo. Va tenuta separata dagli obblighi giuridici di disarmo e cooperazione imposti all’Iraq dalle risoluzioni del Consiglio di sicurezza: qui stiamo parlando del modo in cui un servizio di intelligence deve valutare un’ipotesi fattuale, non dell’adempimento di quegli obblighi da parte di uno Stato.

La questione si aggravò nel passaggio dall’analista al decisore politico. Il rapporto del Senato rilevò che il NIE non spiegava adeguatamente le incertezze relative alle fonti e alle conclusioni. Anche il successivo rapporto Chilcot del 2016, dedicato al ruolo britannico nella guerra, osservò che le valutazioni sulla minaccia irachena erano state presentate con un grado di certezza non giustificato. Per comprendere la decisione di ricorrere alla forza, naturalmente, l’attendibilità dell’intelligence è solo una parte dell’analisi: la liceità dell’uso della forza richiede una valutazione giuridica autonoma alla luce della Carta delle Nazioni Unite.

Una lettura per gli studenti

Suggerisco un esercizio semplice. Prendete una delle conclusioni del NIE del 2002 e provate a ricostruire il percorso che conduce dalle informazioni alla valutazione finale. Qual è il dato effettivamente disponibile? Proviene da una fonte diretta, è corroborato oppure è già il risultato di un’inferenza? Quali spiegazioni alternative sono possibili? Quale informazione potrebbe smentire l’ipotesi iniziale? E soprattutto: il grado di certezza con cui viene formulata la conclusione corrisponde davvero alla qualità delle prove?

Sono domande utili anche quando si studiano le decisioni pubbliche, si prepara una ricerca universitaria o si utilizza un sistema di intelligenza artificiale. Una risposta articolata, ben scritta e apparentemente sicura può poggiare su dati incompleti, su fonti deboli o su presupposti mai verificati. La fluidità dell’esposizione non deve essere scambiata per solidità della conoscenza.

Dal caso iracheno non ricaverei la pretesa impossibile di decidere soltanto in condizioni di certezza. Le valutazioni di intelligence sono inevitabilmente formulate anche sulla base di informazioni incomplete. La lezione è un’altra, più esigente: bisogna saper distinguere ciò che sappiamo, ciò che deduciamo e ciò che, per il momento, non sappiamo. E bisogna avere il coraggio di comunicarlo al decisore, anche quando la risposta attesa è molto più netta.

Per approfondire: 

Commissione intelligence del Senato degli Stati Uniti, Rapporto sulle valutazioni dell’intelligence americana prima della guerra in Iraq (9 luglio 2004); Commission on the Intelligence Capabilities of the United States Regarding Weapons of Mass Destruction, Report to the President (2005), soprattutto capitoli 1 e 8; The Report of the Iraq Inquiry (Chilcot Report, 2016), Executive Summary.