Negli ultimi tempi mi capita sempre più spesso di leggere discussioni politiche nelle quali il disaccordo sembra essere diventato un pretesto per insultare. Colpisce soprattutto la facilità con cui si passa dalla critica di una posizione al disprezzo per chi la sostiene. Ho l’impressione che ci stiamo abituando a un modo di fare politica in cui mettere in ridicolo l’avversario, attribuirgli le peggiori intenzioni e trattarlo come una persona indegna di ascolto sia considerato del tutto normale.
Non penso che la politica debba essere fatta di parole misurate e di cortesie reciproche. Ci sono decisioni che meritano critiche durissime e situazioni nelle quali l’indignazione è più che giustificata. La democrazia vive anche di passioni e di conflitti. Quello che trovo difficile da accettare è il passaggio dalla contestazione delle idee alla svalutazione sistematica delle persone. A quel punto, il contenuto del confronto finisce sullo sfondo e l’attenzione si concentra su chi riesce a colpire più duramente.
Ho anche la sensazione che, in molti casi, non si tratti affatto di eccessi occasionali. L’aggressività viene coltivata perché suscita reazioni, consolida l’appartenenza a un gruppo e rende immediatamente riconoscibile il bersaglio contro cui indirizzare la rabbia. Si può persino arrivare a misurare il successo di un intervento politico dal fastidio o dall’umiliazione che provoca negli avversari. A forza di ascoltare questo linguaggio, si finisce per trovarlo familiare, mentre una discussione ragionata rischia di apparire poco incisiva.
La scienza politica studia da tempo un fenomeno chiamato polarizzazione affettiva. Si verifica quando alla distanza tra le opinioni si accompagna una crescente ostilità nei confronti di chi appartiene a un altro schieramento. Le appartenenze politiche diventano così anche appartenenze emotive: si giudicano le persone in base al gruppo nel quale vengono collocate e si attribuiscono loro intenzioni che spesso non si è nemmeno cercato di comprendere. È un meccanismo che può alimentarsi da entrambe le parti di un conflitto, senza che questo significhi attribuire automaticamente a tutti le stesse responsabilità.
Le piattaforme digitali hanno dato a queste dinamiche una visibilità che un tempo sarebbe stata difficile immaginare. Una frase offensiva si presta a essere condivisa, commentata e rilanciata molto più facilmente di un ragionamento che richiede qualche minuto di attenzione. Non è una regola assoluta, naturalmente, e i social possono anche favorire confronti utili. Resta però evidente quanto spazio occupino oggi le provocazioni costruite per ottenere una reazione immediata. Il rischio è che la ricerca dell’attenzione finisca per condizionare perfino il linguaggio di chi dovrebbe contribuire a rendere comprensibili i problemi pubblici.
La questione assume un peso diverso quando questa ostilità accompagna l’esercizio del potere. Chi governa dispone di strumenti che incidono concretamente sulla vita dei cittadini e deve esercitarli nel rispetto delle regole e dei diritti di tutti, compresi coloro che criticano il governo. Se l’opposizione viene descritta continuamente come sleale o pericolosa, diventa più facile giustificare, almeno agli occhi dei propri sostenitori, pressioni e misure punitive nei suoi confronti. È qui che il problema supera il linguaggio e tocca le garanzie costituzionali, il pluralismo e l’imparzialità delle istituzioni. Naturalmente, per parlare di abuso del potere occorre esaminare i fatti e i singoli provvedimenti, senza dedurre automaticamente l’illegittimità di un atto dalla durezza delle parole che lo accompagnano.
Non tutte le polemiche sono uguali, così come non lo sono le responsabilità di chi vi partecipa. Sarebbe sbagliato chiedere di rinunciare alle critiche più severe per paura di alimentare la divisione, perché anche la denuncia di comportamenti gravi fa parte della vita democratica. Mi sembra però che si stia perdendo l’abitudine a distinguere tra giudicare un comportamento e liquidare una persona, tra opporsi a una scelta politica e negare a chi la compie il diritto di partecipare al confronto pubblico.
Forse la cosa che mi preoccupa maggiormente è proprio l’assuefazione. Ci si abitua agli insulti, alle umiliazioni pubbliche, all’idea che il valore di una posizione dipenda dalla violenza con cui viene difesa. Poi diventa più difficile ascoltare qualcuno senza chiedersi subito da quale parte stia. Vorrei continuare a pensare che si possa dissentire profondamente, anche con durezza, senza provare il bisogno di disprezzare chi si ha davanti. Non è una richiesta di buone maniere: riguarda il modo in cui scegliamo di vivere insieme in una società nella quale, per fortuna, non saremo mai tutti d’accordo.

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