Perché la politica industriale può ridisegnare l’economia globale

Secondo il paper pubblicato nel gennaio 2026 da Ambrogio Cesa-Bianchi, Andrea Ferrero, Luca Fornaro e Martin Wolf, intitolato Industrial Policies, Global Imbalances and Technological Hegemony, la politica industriale non riguarda solo l’aiuto alla crescita delle imprese nazionali. Può anche ridisegnare le bilance commerciali, reindirizzare i flussi di capitali globali e, in ultima analisi, cambiare quali Paesi guidano la tecnologia — una conclusione che, per chi studia la sicurezza economica, ha profonde implicazioni.

Il paper parte da un’idea semplice ma potente: non tutti i settori contano allo stesso modo per la crescita di lungo periodo. Nel quadro degli autori, il settore dei beni scambiabili, in particolare la manifattura ad alta tecnologia e i servizi ad alta tecnologia, è dove avviene principalmente l’innovazione. Ciò conta perché l’innovazione aumenta la produttività, e la produttività è il motore principale della crescita economica sostenuta. Quando i governi sostengono questi settori, non stanno semplicemente aumentando la produzione oggi; possono anche rafforzare il potenziale di crescita futuro del Paese.

Questo è il primo punto chiave dell’articolo. La politica industriale può espandere la parte dell’economia che genera apprendimento, ricerca e progresso tecnologico. Se più lavoro, investimenti e sostegno politico confluiscono nelle industrie high-tech dei beni scambiabili, le imprese hanno incentivi più forti a innovare. Nel modello, ciò produce una crescita della produttività più rapida nel tempo.

Il contributo principale del paper è mostrare che questa è solo una parte della storia. Gli effetti più ampi dipendono dal mix complessivo di politiche. Se un governo sostiene la produzione high-tech mantenendo al contempo il consumo interno relativamente debole, il risultato può essere un surplus commerciale persistente. Il Paese produce più beni scambiabili di quanti ne assorba internamente, quindi il resto viene venduto all’estero. In termini macroeconomici, quel surplus è compensato da deflussi di capitali e da deficit commerciali altrove nel mondo. Gli autori descrivono questo come un mix di politica industriale “squilibrato”: l’offerta viene potenziata, ma la domanda interna non cresce nella stessa misura.

Questo meccanismo è centrale nel paper. La politica industriale da sola non crea automaticamente squilibri globali. Lo fa quando è abbinata a politiche che comprimono l’assorbimento interno, come la disciplina fiscale, l’accumulo di riserve o altre misure che mantengono i consumi al di sotto di quanto un reddito più elevato giustificherebbe. In quel caso, la politica industriale diventa un motore non solo di sviluppo nazionale, ma anche di squilibrio internazionale.

Il paper si chiede poi cosa accada al resto del mondo. Qui l’argomento diventa particolarmente interessante. Se un Paese registra un surplus persistente, un altro deve registrare un deficit. Secondo gli autori, questi deficit possono avere effetti negativi di lungo periodo. Nel breve periodo, un Paese in deficit può godere di consumi più elevati e importazioni più economiche. Nel tempo, i conseguenti afflussi di capitali possono spostare risorse verso settori non scambiabili, come servizi locali o edilizia, e lontano dai settori scambiabili dove si concentra l’innovazione. Man mano che il settore dei beni scambiabili si contrae, gli incentivi a innovare si indeboliscono e la crescita della produttività rallenta.

Ecco perché il paper collega la politica industriale a quella che chiama “egemonia tecnologica”. La questione non è solo chi esporta di più. È chi preserva ed espande i settori che generano leadership tecnologica. Nel quadro degli autori, un Paese che combina politica industriale con domanda interna compressa può aumentare la propria quota di attività innovativa, mentre i Paesi in deficit rischiano la deindustrializzazione e una crescita della produttività più debole nel lungo periodo.

L’articolo presenta anche evidenze empiriche coerenti con questa visione. Utilizzando dati cross-country per 24 economie nel periodo 2002-2019, gli autori trovano che una politica industriale più intensa è associata a migliori performance manifatturiere e a una crescita più rapida della produttività totale dei fattori. Sostengono inoltre che, una volta introdotti i controlli rilevanti, la politica industriale è positivamente associata ai surplus di conto corrente. Indicano altresì evidenze che mostrano come deficit commerciali persistenti tendano a coincidere con un’attività più debole nel settore dei beni scambiabili e una crescita della produttività più lenta. Gli autori sono attenti a non esagerare: presentano questi pattern come suggestivi e coerenti con il modello, non come prova definitiva di causalità.

Uno dei punti di forza del paper è che non si ferma alla diagnosi. Considera anche le risposte politiche per i Paesi dal lato perdente di queste ricadute. Una possibile risposta sarebbe imitare il Paese in surplus e adottare politiche industriali simili. Un’altra sarebbe ridurre direttamente i deficit commerciali. Tuttavia, il paper è scettico sul fatto che dazi generalizzati siano una soluzione efficace agli squilibri commerciali complessivi. Suggerisce invece che la questione più profonda è macroeconomica: i deficit commerciali riflettono un divario tra risparmio e investimento nazionale, non solo la politica alle frontiere.

Al tempo stesso, gli autori avvertono che cercare di eliminare gli squilibri troppo aggressivamente potrebbe deprimere la domanda globale. Se molti Paesi cercano simultaneamente di risparmiare di più e consumare di meno, l’economia mondiale potrebbe scivolare verso una domanda debole e la stagnazione. Ecco perché il paper sostiene che il riequilibrio globale può richiedere coordinamento, non solo azione unilaterale. Politiche che aumentano la domanda nei Paesi in surplus e rafforzano il risparmio nei Paesi in deficit possono funzionare meglio del protezionismo indiscriminato.

Forse la proposta più costruttiva del paper riguarda la politica dell’innovazione. Gli autori sostengono che i Paesi in deficit non devono necessariamente rifiutare del tutto i deficit commerciali. Il vero problema sorge quando il capitale estero finanzia boom a bassa produttività anziché innovazione. Se i governi convogliano risorse verso ricerca e sviluppo, manifattura avanzata e altre attività ad alta intensità di innovazione, possono compensare gli effetti negativi sulla produttività dei deficit esterni. In questo senso, la politica dell’innovazione diventa un modo per difendere la crescita di lungo periodo senza semplicemente chiudere l’economia.

Il messaggio più ampio dell’articolo è chiaro. La politica industriale non deve essere vista come uno strumento puramente nazionale. In un mondo di commercio aperto e flussi di capitali, può alterare la distribuzione globale di produzione, innovazione e potere. Un Paese che sostiene i settori high-tech comprimendo la domanda interna può rafforzare la propria posizione tecnologica, ma può farlo in parte indebolendo la capacità innovativa degli altri. Ecco perché il dibattito sulla politica industriale è anche un dibattito sugli squilibri globali e sulla futura geografia della leadership tecnologica.