Ogni tanto mi domando come sia finito, da giurista, a occuparmi anche di crittografia. La risposta non è particolarmente lineare. Ci sono state due spinte, molto diverse tra loro, che a distanza di parecchi anni hanno finito per incontrarsi. La prima ha a che fare con la mia passione per gli aerei; la seconda con un matematico conosciuto all’università. In mezzo ci sono una vecchia libreria di Catania, una radio Sony, le onde corte e una quantità considerevole di libri.
La passione per gli aerei viene da lontano. All’inizio costruivo modellini, poi sono passato alle cartoline con fotografie di aeroplani, ai francobolli e alle buste primo giorno dedicate all’aviazione. Era uno di quegli interessi che, anziché esaurirsi, continuano a produrre nuove curiosità. A un certo punto, passeggiando per Catania — parliamo ormai di alcune ere glaciali fa — mi imbattei in un manuale di Sgarro sulle radiocomunicazioni degli aeromobili. La scoperta mi colpì per una ragione molto semplice: gli aerei non erano soltanto oggetti da osservare, studiare o collezionare. Parlavano. E c’era un linguaggio preciso, fatto di frequenze, procedure, nominativi e formule convenzionali, che permetteva a piloti e controllori di comprendersi.
Naturalmente mi venne voglia di ascoltarli. Cercai di capire quali apparecchi servissero e quali fossero le regole. Scoprii che il semplice possesso di un ricevitore e l’attività di radioascolto non erano, in sé, qualcosa di clandestino, anche se l’ascolto e soprattutto la divulgazione di comunicazioni non destinate al pubblico incontravano precisi limiti. Mi interessava soprattutto poter sentire quella parte del mondo aeronautico che fino ad allora avevo conosciuto soltanto sulla carta.
Poi arrivò un regalo inatteso. Di ritorno da un viaggio in Asia, i miei genitori mi portarono una Sony ICF-2001D. Ancora oggi, a guardarla, sembra un oggetto uscito da un film di fantascienza degli anni Ottanta: tastiera numerica, display digitale, una quantità di funzioni e la possibilità di esplorare un’enorme porzione dello spettro radio. Per me fu molto più di una radio. Se l’interesse per gli aerei mi aveva portato a cercare certe frequenze, quella Sony mi aprì la porta delle onde corte.
Bisogna ricordare che parliamo di un’epoca in cui Internet, per la quasi totalità delle persone, semplicemente non faceva parte della vita quotidiana. Ascoltare una stazione straniera significava entrare in contatto diretto con un pezzo di mondo lontano, attraverso una voce che arrivava fra fruscii, interferenze e improvvisi affievolimenti del segnale. C’era naturalmente il mitico BBC World Service, ma c’erano anche emittenti di paesi dei quali sapevo poco, programmi in lingue sconosciute, trasmissioni che riuscivo a identificare soltanto dopo aver consultato uno dei tanti volumi e repertori che avevo cominciato ad acquistare.
Fra le stazioni che mi capitava di ascoltare c’era anche Radio Iraq, che la sera trasmetteva un notiziario in inglese. Era interessante proprio perché raccontava gli avvenimenti dal punto di vista del governo iracheno. Ricordo soprattutto l’ascolto di quelle trasmissioni nei mesi della guerra del Golfo del 1991, mentre proseguivo gli studi di giurisprudenza. Poter passare dalle notizie diffuse dai grandi mezzi di informazione occidentali a quelle provenienti da Baghdad offriva una lezione piuttosto concreta su quanto la rappresentazione di uno stesso evento potesse cambiare a seconda di chi parlava. E tutto avveniva senza uno schermo, senza un motore di ricerca, semplicemente spostandosi da una frequenza all’altra.
A un certo punto volli anche mettere ordine in questa passione e ottenni la licenza di radioascoltatore, Short Wave Listener (SWL), secondo le procedure ministeriali dell’epoca. Mi piaceva l’idea di essere ufficialmente un radioascoltatore. Continuai così a esplorare le bande, a cercare segnali lontani e, inevitabilmente, a incontrare trasmissioni sempre più strane.
Alcune erano davvero difficili da dimenticare. Una voce, spesso monotona, leggeva lunghe sequenze di numeri, talvolta di lettere, apparentemente senza alcun significato. Nessuna musica, nessun notiziario, nessuna spiegazione. Solo gruppi di caratteri ripetuti con una regolarità quasi ossessiva. Scoprii che si trattava delle famose numbers stations, le stazioni numeriche generalmente associate alle comunicazioni cifrate di servizi di intelligence e, in alcuni casi, ad ambienti militari. Chiunque disponesse di un ricevitore adatto poteva ascoltarle; capire il messaggio era tutt’altra faccenda. Era precisamente questo l’aspetto che trovavo più affascinante: una comunicazione trasmessa apertamente nell’etere, ma concepita per restare incomprensibile a quasi tutti.
Mi capitò di ascoltare anche comunicazioni militari statunitensi sulle onde corte, comprese quelle riconducibili all’universo dello Strategic Air Command (SAC). Si potevano udire voci che scandivano serie di lettere e numeri secondo l’alfabeto fonetico: Charlie, India, Oscar, two… Bravo, Mike… Il segnale era udibile, le parole erano perfettamente riconoscibili, ma il significato operativo restava inaccessibile. Fu lì che cominciai a rendermi conto, molto concretamente, della differenza tra ascoltare una comunicazione e comprenderne il contenuto.
Quella curiosità mi portò a comprare libri sulla storia dei codici e dei cifrari. Tra le letture più accessibili e coinvolgenti ricordo Codici & segreti di Simon Singh, che racconta la lunga storia dei tentativi di proteggere i messaggi e di quelli, altrettanto ingegnosi, per decifrarli. Dal mondo delle onde corte ero arrivato alla crittografia quasi per caso. Naturalmente continuavo a studiare diritto e, negli anni successivi, quel filone rimase per lungo tempo sullo sfondo. Era una passione, non ancora un ambito del mio lavoro universitario.
Molto tempo dopo, in università, incontrai un collega matematico che si occupava proprio di crittografia. Aveva, e ha, idee e progetti in quantità; fra questi c’era anche quello di dare vita a un’associazione capace di riunire la comunità crittografica italiana. Un giorno mi chiese se volessi partecipare all’iniziativa entrando nel comitato scientifico, naturalmente nella veste un po’ insolita di giurista in mezzo ai matematici. L’associazione sarebbe diventata De Componendis Cifris (De Cifris), e io accettai volentieri.
Quella proposta fece riemergere un interesse che, in realtà, non era mai scomparso. Con gli anni avevo cominciato a occuparmi sempre più di sicurezza nazionale, intelligence e rapporti fra poteri pubblici e tecnologie. La crittografia entrava direttamente in molte di quelle questioni: la riservatezza delle comunicazioni, la protezione delle informazioni, la sorveglianza, i limiti dell’intervento statale. Mi accorsi che il giurista aveva parecchie domande da rivolgere ai crittografi, e che ascoltare le loro risposte era molto più utile che pretendere di affrontare quei problemi con i soli strumenti del diritto.
Mi diverte pensare che tutto questo abbia avuto inizio, almeno in parte, con dei modellini di aerei e con un libro trovato passeggiando per Catania. Quando oggi mi occupo del rapporto fra crittografia e diritto, ogni tanto mi tornano in mente quelle voci sulle onde corte che pronunciavano lettere e numeri senza spiegare nulla a nessuno. Allora volevo soprattutto capire che cosa dicessero. Col tempo ho capito che c’era una domanda ancora più interessante: perché, e a quali condizioni, qualcuno deve poter comunicare senza che altri possano comprendere ciò che dice?

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