Quando si parla di spionaggio dei cavi sottomarini, l’immagine che viene subito in mente è quella di un sommergibile impegnato in una delicata operazione sul fondo dell’oceano. È un’immagine suggestiva, ma rischia di farci guardare nella direzione sbagliata. Una delle osservazioni più interessanti del rapporto ENISA Subsea Cables – What Is at Stake?, pubblicato nel luglio 2023, è proprio questa: per intercettare le comunicazioni trasportate dai cavi sottomarini, i punti più accessibili non sono necessariamente sott’acqua. Spesso sono sulla terraferma.
I cavi in fibra ottica costituiscono l’ossatura fisica di Internet: secondo la Commissione europea trasportano circa il 99% del traffico intercontinentale. Il rapporto ENISA del 2023 distingue nettamente due scenari che nel dibattito pubblico tendono a essere confusi: interrompere un collegamento e acquisire di nascosto i dati che vi transitano. Un sabotaggio può rendere inutilizzabile un cavo; lo spionaggio, invece, richiede di accedere al segnale senza compromettere, per quanto possibile, la continuità del servizio.
Intercettare un moderno cavo ottico sul fondale è tecnicamente molto complesso. Alle pagine 19-20, nella sezione dedicata agli attacchi di spionaggio, ENISA considera questa possibilità altamente improbabile. La difficoltà non dipende soltanto dalla profondità: i sistemi ottici impiegano tecnologie sofisticate di trasmissione e ricezione, mentre un dispositivo sommerso dovrebbe operare senza generare anomalie facilmente rilevabili e risolvere problemi di alimentazione e trasporto degli enormi volumi di dati intercettati. Non significa che l’intercettazione in mare sia fisicamente impossibile; significa che, secondo la valutazione dell’Agenzia nel 2023, è un’operazione assai meno praticabile rispetto ad altre modalità di accesso.
Il primo punto critico è il tratto di approdo. Il cavo raggiunge la costa, attraversa infrastrutture di raccordo e arriva alla cable landing station, la stazione che collega la rete sottomarina alle reti terrestri. Qui il problema tecnico cambia radicalmente: l’infrastruttura è accessibile per l’esercizio e la manutenzione e il segnale transita attraverso apparati terrestri. ENISA segnala esplicitamente la maggiore praticabilità di intercettazioni nei punti di approdo. Uno studio di Jonas Franken, Luca Roth e Christian Reuter, pubblicato nel settembre 2026, amplia questa analisi distinguendo i segmenti costieri, le stazioni e gli apparati di interconnessione con i collegamenti verso la rete terrestre. Non si tratta, naturalmente, di sostenere che queste strutture siano effettivamente compromesse: lo studio identifica superfici di rischio e segnala anche la scarsità di dati pubblici sulle vulnerabilità effettive.
Il secondo punto è il sistema di gestione della rete. I network management systems (NMS) consentono agli operatori di monitorare e amministrare i collegamenti, talvolta anche da remoto. ENISA osserva che un accesso illecito a questi sistemi può rivelare la topologia della rete, fornire informazioni sui flussi e, a seconda degli apparati e dei privilegi acquisiti, permettere di monitorare, interrompere o deviare il traffico. Lo studio del 2026 conferma che la gestione remota amplia le superfici di rischio, pur precisando che molti sistemi sono isolati dalle reti pubbliche e che non sono state dimostrate vulnerabilità specifiche generalizzabili a tutti gli NMS. Conoscere o controllare un collegamento, però, non equivale automaticamente a leggere in chiaro tutte le comunicazioni che lo attraversano.
Esiste anche un precedente storico che permette di uscire dal terreno delle mere ipotesi. Nel giugno 2013, sulla base dei documenti di Edward Snowden, The Guardian descrisse il programma britannico Tempora, con il quale il GCHQ aveva ottenuto accesso a grandi volumi di traffico attraverso collegamenti in fibra ottica, anche transatlantici, presso i loro approdi nel Regno Unito e con il coinvolgimento di operatori di telecomunicazioni. Si tratta di ricostruzioni giornalistiche fondate su documenti divulgati, non della prova che gli stessi sistemi siano oggi operativi. Il punto è un altro: la sorveglianza dei grandi collegamenti internazionali non richiede necessariamente un’operazione clandestina sul fondo del mare.
Bisogna, peraltro, distinguere fra intercettazione del traffico e comprensione del suo contenuto. La cifratura delle comunicazioni, in particolare quella end-to-end quando correttamente implementata, può impedire a chi osserva il collegamento di leggere i messaggi. Rimangono tuttavia possibili, a seconda dei protocolli e del punto di osservazione, informazioni sui volumi, sui tempi e su alcuni estremi o percorsi delle comunicazioni. Anche questi metadati possono avere valore informativo. Il lavoro di Gary Kessler del settembre 2026 dedica particolare attenzione proprio alla distinzione tra contenuti e metadati e ai rischi per la riservatezza delle comunicazioni.
Un’ulteriore questione, non riducibile al solo accesso fisico, riguarda chi progetta, installa, mantiene e gestisce queste infrastrutture. Un’analisi del Carnegie Endowment del dicembre 2024 richiama i rischi legati alla catena di fornitura e all’eventualità di accessi non autorizzati attraverso componenti o strumenti di gestione. Sono scenari di minaccia da valutare, non prove che determinati fornitori abbiano effettivamente installato sistemi di spionaggio.
Nel frattempo, il quadro europeo si è evoluto. Alla raccomandazione (UE) 2024/779 sono seguiti il Piano d’azione dell’Unione del febbraio 2025, la valutazione dei rischi pubblicata nell’ottobre 2025 e il Cable Security Toolbox del febbraio 2026. Nel giugno 2026 la Commissione ha annunciato finanziamenti per due centri regionali nel Baltico e nel Mediterraneo e un bando per la capacità di riparazione. Questi interventi riguardano soprattutto prevenzione, rilevazione delle minacce, resilienza e risposta agli incidenti: non costituiscono nuove prove di intercettazioni, ma mostrano quanto sia cambiata la percezione strategica del problema.
Vi è infine una dimensione giuridica che mi pare essenziale. Le norme del diritto del mare disciplinano la posa e la protezione dei cavi nelle diverse zone marittime; non esauriscono però le questioni relative alla sorveglianza delle comunicazioni. L’accesso ai flussi di dati pone problemi distinti di giurisdizione, poteri dei servizi di intelligence, tutela della vita privata e controllo indipendente. Nella sentenza Big Brother Watch e altri c. Regno Unito del 25 maggio 2021, la Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo ha chiarito che l’intercettazione massiva non è incompatibile in quanto tale con la Convenzione, ma esige garanzie effettive lungo l’intero processo, dall’autorizzazione alla selezione e all’esame dei dati. La sentenza riguarda il regime britannico allora vigente: non autorizza, né giudica in astratto, ogni forma di sorveglianza sui cavi.
Per l’Italia e per l’Unione europea, la lezione è dunque più ampia della sola prevenzione dei sabotaggi. Proteggere la connettività significa difendere le stazioni di approdo, i collegamenti terrestri e i sistemi informatici che amministrano la rete; significa anche definire chi possa accedere alle comunicazioni e con quali garanzie. Internet sembra immateriale soltanto finché non ci chiediamo dove passano i dati e chi può vederli.

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