Hai presente quando, su un social network, metti un like a un post perché condividi un’opinione, trovi interessante un argomento o semplicemente perché qualcosa ti ha colpito? Ecco, da quel momento può succedere una cosa curiosa. Nei giorni successivi cominci a vedere sempre più contenuti dello stesso genere, post che esprimono idee simili, persone che sostengono le medesime posizioni, video e commenti che sembrano confermare quello che già pensavi.
All’inizio magari non ci fai caso. Poi ti accorgi che il tuo social network sembra popolato quasi esclusivamente da persone che la pensano come te. E finisci per avere l’impressione che certe opinioni siano molto più diffuse di quanto siano realmente.
Questo meccanismo mi lascia piuttosto perplesso. Capisco perfettamente la sua utilità quando si tratta di musica, per esempio. Se ascolto un certo genere musicale, trovo comodo che Spotify o un’altra piattaforma mi suggeriscano artisti e brani che potrebbero piacermi. È un modo per scoprire nuova musica senza doverla cercare continuamente. Lo stesso può valere per i film, i libri o altri interessi personali.
Le cose diventano molto più delicate quando entrano in gioco le opinioni politiche, le questioni internazionali, i conflitti, l’immigrazione o qualsiasi altro argomento sul quale si forma il nostro giudizio sulla realtà.
In questi casi, il meccanismo che cerca di proporci contenuti capaci di attirare la nostra attenzione rischia di produrre effetti decisamente meno innocui. Se un algoritmo impara che reagisco positivamente a una certa interpretazione dei fatti, può continuare a propormene altre simili, magari sempre più nette e provocatorie. E più interagisco con quei contenuti, più alimento il processo.
È uno dei meccanismi che possono favorire la formazione delle cosiddette echo chambers, le camere dell’eco, ambienti nei quali incontriamo soprattutto opinioni che confermano le nostre convinzioni. A forza di sentir ripetere le stesse cose, finiamo per considerarle evidenti, quasi indiscutibili. Le opinioni diverse diventano sempre più rare nel nostro orizzonte informativo e, quando le incontriamo, possono apparirci assurde, incomprensibili o addirittura ostili.
Il rischio che mi preoccupa maggiormente è proprio questo: perdere progressivamente la capacità di vedere il mondo anche attraverso gli occhi di chi la pensa diversamente da noi.
Non credo che gli algoritmi trasformino automaticamente le persone in estremisti. Sarebbe una spiegazione troppo semplice di un fenomeno molto più complesso. Credo però che possano contribuire a irrigidire le convinzioni, accentuare la polarizzazione e, in determinate circostanze, favorire processi di radicalizzazione. Soprattutto quando ai contenuti che confermano le nostre idee si aggiungono quelli che suscitano indignazione, rabbia o paura.
C’è poi un aspetto che trovo particolarmente interessante. Spesso siamo convinti di scegliere liberamente ciò che leggiamo e guardiamo. In realtà, una parte considerevole delle nostre scelte avviene all’interno di una selezione che altri hanno già fatto per noi. Qualcuno, o meglio qualcosa, ha deciso quali contenuti mostrarci, in quale ordine e con quale frequenza, sulla base di criteri che conosciamo soltanto in parte.
E questa selezione, ripetuta ogni giorno, finisce inevitabilmente per influenzare la nostra percezione di ciò che accade intorno a noi.
Mi domando quanto siamo davvero consapevoli di questo processo. Perché la libertà di opinione presuppone anche la possibilità concreta di confrontarsi con informazioni, interpretazioni e punti di vista differenti. E se l’ambiente digitale nel quale trascorriamo buona parte del nostro tempo tende continuamente ad assecondare le nostre convinzioni, quella possibilità rischia di restringersi senza che ce ne accorgiamo.
Forse dovremmo cominciare a diffidare un po’ di più dei social network quando sembrano darci sempre ragione. Il fatto che tutti quelli che incontriamo online la pensino come noi non significa necessariamente che abbiamo ragione. Potrebbe semplicemente significare che l’algoritmo ha imparato molto bene a conoscerci.

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