Nel 1981 i Police pubblicavano Too Much Information, un brano dell’album Ghost in the Machine. A quella canzone, e all’intero disco, sono particolarmente legato: avevo dodici o tredici anni e quella musica è rimasta associata ai ricordi di allora. Riascoltarla oggi, però, non è soltanto un modo per ritrovare qualcosa della mia adolescenza. È anche l’occasione per accorgermi di quanto quel titolo abbia acquistato, nel corso degli anni, un significato sempre più vicino alla nostra esperienza quotidiana.

Il riferimento al libro da cui l’album prende il nome non è secondario. The Ghost in the Machine, pubblicato da Arthur Koestler nel 1967, affrontava il rapporto tra le capacità razionali dell’essere umano, i suoi impulsi più antichi e le tendenze autodistruttive che possono emergere nel comportamento individuale e collettivo. Sting raccontò di aver ripreso da quel saggio il titolo dell’album e di essersi ispirato ad alcune delle sue riflessioni per le canzoni che stava scrivendo. Ne nacque un disco nel quale trovano spazio la violenza politica, la disumanizzazione e le contraddizioni della società contemporanea. Too Much Information si inserisce in questo clima, concentrandosi su un problema molto preciso: che cosa succede quando le informazioni e gli stimoli che riceviamo diventano troppi per riuscire a elaborarli?
All’inizio degli anni Ottanta non esistevano gli smartphone, le piattaforme sociali o i sistemi di intelligenza artificiale generativa. Esisteva però già il problema dell’eccesso di informazioni. Non è un significato che attribuiamo alla canzone soltanto oggi: anche alcune recensioni dell’epoca vi riconoscevano una critica all’invadenza dei mezzi di comunicazione e al continuo affollarsi di immagini e notizie. Da allora sono cambiati gli strumenti, la velocità e soprattutto la quantità dei contenuti che ci raggiungono. Il problema, semmai, è diventato più difficile da governare.
Non a caso, definisco questo blog, non del tutto scherzosamente, «il backup del mio cervello». È nato anche dal bisogno di mettere ordine tra letture, documenti, notizie e idee che altrimenti finirebbero per disperdersi nel flusso delle informazioni quotidiane. Scrivere mi aiuta a ritrovare ciò che ho letto, a collegare questioni apparentemente lontane e, qualche volta, a capire meglio che cosa ne penso. C’è un paradosso: nel tentativo di difendermi dal sovraccarico informativo, continuo ad accumulare altro materiale. E ciò che conservo, per quanto ben ordinato, non si trasforma automaticamente in conoscenza. Un archivio può custodire molto più di quanto la nostra mente abbia davvero assimilato.
Non abbiamo mai avuto un accesso così ampio e immediato alle informazioni. Possiamo seguire quasi in tempo reale una crisi internazionale, leggere una sentenza appena pubblicata, confrontare analisi economiche o ottenere in pochi secondi una risposta articolata a una domanda complessa. È un progresso che sarebbe assurdo sottovalutare. Sarebbe però altrettanto ingenuo pensare che la maggiore disponibilità di informazioni, o la rapidità con cui oggi possiamo ottenere risposte, ci permettano necessariamente di comprendere meglio la realtà. Avere molte cose a portata di mano non equivale a saperle usare; ricevere una risposta non equivale ad aver capito il problema.
Tendiamo infatti a confondere tre operazioni diverse: informarci, conoscere e comprendere. La prima ci mette in contatto con fatti, dati e interpretazioni. Per arrivare alla conoscenza dobbiamo già fare un lavoro ulteriore: verificare l’attendibilità delle fonti, ricostruire il contesto, distinguere ciò che è accertato da ciò che è soltanto ipotizzato, considerare le obiezioni. Comprendere richiede ancora qualcosa: cogliere i rapporti tra i fatti, riconoscere la complessità delle questioni e accettare che non sempre sia possibile giungere subito a una conclusione. Non è un percorso che si possa abbreviare senza conseguenze. Una risposta chiara e ben scritta può poggiare su presupposti sbagliati; una sintesi convincente può omettere proprio l’elemento necessario a capire.
Già nel 1971 Herbert Simon aveva osservato che l’abbondanza di informazioni produce scarsità di attenzione. La sua intuizione rimane attuale per una ragione semplice: il tempo e la capacità di concentrazione sono limitati, mentre la quantità di materiale disponibile continua a crescere. Se ogni notizia richiede una reazione immediata e ogni argomento sembra meritare un commento, diventa difficile stabilire che cosa valga davvero la pena di leggere e approfondire. Il rischio non è soltanto di sapere troppo poco. È di passare continuamente da un tema all’altro, senza fermarsi abbastanza a lungo da comprenderne uno.
L’intelligenza artificiale ha reso ancora più evidente questa difficoltà. Può essere uno strumento prezioso per orientarsi tra documenti, individuare collegamenti, confrontare argomenti e avvicinarsi a materie che conosciamo poco. Nello stesso tempo, la facilità con cui produce testi ordinati e risposte apparentemente complete può indurci a trascurare ciò che manca: una fonte non verificata, una premessa discutibile, un’incertezza non dichiarata, un’interpretazione alternativa. Non è necessario che una risposta sia falsa per essere fuorviante. A volte basta che presenti come semplice una questione che semplice non è. E più ci abituiamo a ottenere risposte immediate, più rischiamo di perdere la pazienza necessaria per controllarle.
Qui sembra sorgere una contraddizione con un’altra affermazione ben nota: knowledge is power, «sapere è potere», un principio tradizionalmente associato a Francesco Bacone. Se il sapere è una forma di potere, non dovremmo considerare positiva ogni possibilità di accedere a nuove informazioni? In larga misura sì. La circolazione delle informazioni può ridurre le disuguaglianze tra chi sa e chi non sa, rendere più trasparenti le decisioni pubbliche, permettere di contestare affermazioni infondate e offrire a più persone gli strumenti per partecipare alla vita collettiva. Criticare l’eccesso di informazioni non significa rimpiangere un tempo in cui esse erano più difficili da trovare e spesso riservate a pochi.
La contraddizione, in realtà, scompare se distinguiamo la disponibilità delle informazioni dalla capacità di farne buon uso.
L’informazione è una risorsa; la conoscenza è una conquista che richiede attenzione, metodo e spirito critico.
La tecnologia può moltiplicare la prima, ma non può garantire da sola la seconda. E c’è un altro aspetto da non trascurare: in una società sommersa dai contenuti, il potere non appartiene soltanto a chi possiede più informazioni. Conta anche chi decide quali notizie raggiungeranno il pubblico, quali fonti acquisteranno credibilità e quali questioni resteranno in secondo piano. L’abbondanza delle informazioni non assicura, di per sé, né la libertà di giudizio né il pluralismo.
Per questo non si tratta soltanto di una difficoltà individuale. La capacità di comprendere ciò che accade è essenziale anche per una società democratica. Informarsi sulle decisioni pubbliche, valutarne le ragioni, distinguere un fatto da un’opinione e confrontare interpretazioni diverse richiedono tempo, competenze e fonti attendibili. Non ci servono meno informazioni, ma condizioni migliori per valutarle. E non abbiamo bisogno soltanto di strumenti che sappiano rispondere alle nostre domande: abbiamo bisogno di conservare la capacità di formularle bene, di mettere in discussione le risposte ricevute e, quando occorre, di ammettere che non sappiamo ancora abbastanza.
È forse qui che Too Much Information e l’idea che il sapere sia potere finiscono per incontrarsi. La conoscenza può renderci più liberi e più capaci di agire. Ma, se non riusciamo a distinguere ciò che conta dal rumore che lo circonda, l’eccesso di informazioni rischia di ostacolare proprio quella conoscenza che vorremmo accrescere. Anche il mio «backup del cervello», allora, ha senso non per la quantità di cose che riesce a conservare, ma per il lavoro di scelta, verifica e riflessione che mi costringe a fare.
In un mondo in cui le risposte si moltiplicano, il vero vantaggio non è averne sempre una. È capire quando una risposta non basta.

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