The Internationalists: quando la guerra divenne illegale

La tesi di Oona Hathaway e Scott Shapiro in The Internationalists è semplice da enunciare e sorprendentemente difficile da confutare: la proibizione giuridica della guerra, a partire dal Patto di Parigi del 1928, ha trasformato l’intera struttura delle relazioni internazionali. Non gradualmente, e non in modo puramente simbolico — ma come il cardine su cui ruotava un intero sistema di regole.

Mi aspettavo una storia convenzionale del periodo interbellico. Ho trovato qualcosa di più ambizioso: la dimostrazione che ogni regola del vecchio ordine internazionale — la conquista, i trattati imposti con la forza, la neutralità, l’immunità giuridica dei belligeranti — poggiava su un unico presupposto, ossia che la guerra fosse uno strumento legittimo. Una volta rimosso quel presupposto, l’intero edificio doveva essere ricostruito.

Nel sistema che Grozio aveva articolato e che prevalse all’incirca dal 1600 al 1928, la guerra funzionava come l’equivalente internazionale di un’azione giudiziaria. Uno Stato che avesse subito un torto e non avesse ottenuto riparazione tramite negoziato era legittimato a far valere i propri diritti con la forza. Le conseguenze discendevano logicamente: il territorio preso in guerra apparteneva al vincitore. I trattati firmati sotto costrizione erano validi. I soldati che combattevano da entrambe le parti godevano di una licenza legale di uccidere. E gli Stati terzi erano tenuti alla neutralità — a trattare entrambi i belligeranti allo stesso modo, il che significava che le sanzioni economiche da parte di terzi non erano semplicemente inusuali, ma illegali.

Hathaway e Shapiro documentano questo sistema con precisione notevole. Hanno compilato più di 400 manifesti di guerra pubblicati tra il 1492 e la Seconda guerra mondiale, catalogando le ragioni addotte dai sovrani per entrare in guerra: legittima difesa (69 per cento), violazione di trattato (47 per cento), risarcimento di danni (42 per cento). Lo schema è rivelatore: la guerra richiedeva una giustificazione. Non era anarchia; era una procedura giuridica.

La svolta giunse da un ambito improbabile. Salmon Levinson, un avvocato d’affari di Chicago senza credenziali diplomatiche, propose nel 1918 qualcosa che sembrava assurdo: mettere fuori legge la guerra stessa. La sua analogia era il duello. Secoli di regole su come condurre un duello non avevano mai eliminato i duelli; ciò che li pose fine fu dichiarare criminale l’atto in sé. Il Patto di Parigi, firmato il 27 agosto 1928 da quindici Stati e infine sottoscritto da sessantatré, adottò questa logica. I suoi due articoli operativi sono di brevità notevole: le parti rinunciano alla guerra come strumento di politica nazionale e si impegnano a risolvere le controversie con mezzi pacifici. Non esiste meccanismo di esecuzione né definizione di legittima difesa.

Quello che accadde dopo è il cuore dell’argomentazione del libro. Un trattato privo di strumenti coercitivi produsse conseguenze che ridisegnarono il mondo. Se la guerra era illegale, la conquista non poteva più produrre un titolo valido. Quando il Giappone occupò la Manciuria nel 1931, gli Stati Uniti dichiararono — con quella che divenne nota come Dottrina Stimson — che non avrebbero riconosciuto alcun cambiamento territoriale ottenuto con la forza. La Società delle Nazioni seguì. Per Hathaway e Shapiro, è il momento in cui il diritto di conquista morì nel diritto internazionale. Se la guerra era illegale, neppure il vecchio obbligo di neutralità aveva più senso: gli Stati terzi non erano più tenuti a trattare aggressore e vittima allo stesso modo. Passo dopo passo, negli anni Trenta e Quaranta, gli Stati Uniti si spostarono dalla stretta neutralità all’assistenza aperta, fino al Lend-Lease. Le sanzioni economiche divennero lecite proprio perché la guerra era divenuta illecita. E se la guerra era illegale, chi l’avesse iniziata non godeva più di immunità giuridica. A Norimberga, il crimine contro la pace fu fondato sul Patto. L’argomento era che il Patto non aveva creato un nuovo reato: aveva rimosso un vecchio privilegio.

La Carta delle Nazioni Unite del 1945 completò la trasformazione. L’articolo 2, paragrafo 4, vietò non soltanto la “guerra” ma qualsiasi “minaccia o uso della forza”, chiudendo la scappatoia che il Giappone aveva sfruttato in Manciuria sostenendo di non essere tecnicamente in guerra. L’uso della forza restava lecito in due sole circostanze: la legittima difesa contro un attacco armato e l’azione collettiva autorizzata dal Consiglio di sicurezza.

I dati presentati da Hathaway e Shapiro sono tra gli elementi più convincenti del libro. Tra il 1816 e il 1928, si registravano in media 1,21 conquiste l’anno, con circa 295.000 chilometri quadrati di territorio che cambiavano sovranità ogni anno. Tra il 1949 e il 2014, le cifre scesero a 0,26 conquiste l’anno e circa 15.000 chilometri quadrati. Prima del 1928, uno Stato poteva attendersi di perdere territorio per conquista una volta nell’arco di una vita umana. Dopo il 1948, la probabilità calò a una o due volte in un millennio. Gli autori ammettono altre spiegazioni — le armi nucleari, la democrazia, il commercio — ma sostengono che tutte presuppongono il punto più fondamentale: che la forza non crea più il diritto.

Il nuovo ordine ha un prezzo. Quando la conquista era legale, gli Stati deboli venivano assorbiti e il numero degli Stati diminuiva costantemente. Una volta scomparso il diritto di conquista, i piccoli Stati poterono sopravvivere e le colonie raggiungere l’indipendenza. Le Nazioni Unite passarono da 51 membri a 193. Alcuni di questi Stati sono fragili, e alcuni sono falliti, divenendo il terreno da cui operano gruppi armati — da al-Qaeda allo Stato islamico. Il divieto dell’uso della forza protegge ogni Stato, compresi quelli che non riescono a governarsi. Senza la guerra come meccanismo di esecuzione, il diritto internazionale fa leva su ciò che gli autori chiamano “outcasting”: l’esclusione dei trasgressori dai benefici della cooperazione. L’OMC autorizza ritorsioni commerciali; i regimi sanzionatori colpiscono gli Stati che violano le norme internazionali. L’outcasting ha limiti reali — non funziona contro Stati già isolati, e favorisce i potenti.

I dati del libro si fermano al 2014. Da allora, l’invasione russa dell’Ucraina e la pretesa annessione di quattro regioni ucraine hanno messo alla prova la tesi in modo diretto. Il rifiuto della maggior parte della comunità internazionale di riconoscere quelle annessioni, e la portata senza precedenti delle sanzioni imposte alla Russia, indicano che il sistema descritto dagli autori è ancora operante. Se si rivelerà sufficiente è tutt’altra questione — e una che collega l’argomento storico del libro ai dibattiti giuridici e politici più urgenti del nostro tempo.