Ultimamente mi capita sempre più spesso di imbattermi in interventi che mettono in guardia contro l’intelligenza artificiale. Perderemo il lavoro, smetteremo di ragionare, diventeremo dipendenti dalle macchine, non sapremo più distinguere il vero dal falso. A leggere certi commenti sembra quasi che l’IA sia una disgrazia dalla quale dovremmo cercare di salvarci. Confesso che questa rappresentazione mi lascia perplesso. I rischi esistono, e alcuni sono molto seri, ma ho l’impressione che si parli moltissimo di quello che potremmo perdere e assai meno di quello che stiamo già guadagnando.
Nel mio lavoro universitario utilizzo ormai quasi quotidianamente strumenti di intelligenza artificiale. Quando preparo una lezione, studio una sentenza o cerco di ricostruire un problema giuridico complesso, mi rendo conto di quanto siano cambiate le possibilità di ricerca. Posso confrontare documenti, esplorare questioni che prima avrebbero richiesto molto più tempo, mettere alla prova un’ipotesi e seguire collegamenti che forse non avrei nemmeno pensato di approfondire. Devo controllare tutto, certo, perché gli errori ci sono, eccome. Qualche volta mi ritrovo persino a discutere con un LLM che insiste su una ricostruzione giuridica poco convincente. Ma è proprio questo il punto: non ho affatto la sensazione di pensare meno. Semmai, riesco ad approfondire molte più cose di prima. E il discorso va ben oltre l’università. Penso alla ricerca medica, allo sviluppo di nuovi farmaci, alla programmazione, alle traduzioni, agli strumenti per le persone con disabilità e a tutte quelle attività ripetitive che ci portano via ore senza aggiungere molto al nostro lavoro. Possibile che, nel discutere di IA, questi vantaggi finiscano così spesso in secondo piano?
Il rischio opposto, quello di fidarsi troppo, lo vedo benissimo. Come raccontavo in un precedente post, ogni tanto, parlando con mia figlia, mi accorgo che tende ad attribuire alle risposte di ChatGPT un’autorevolezza persino superiore a quella delle mie osservazioni. La cosa mi fa sorridere, ma anche riflettere. E mi preoccupo quando vedo studenti tentati di sostituire lo studio con una risposta generata automaticamente, o quando leggo di avvocati che hanno depositato atti contenenti sentenze inesistenti. Ai miei studenti dico di usare l’intelligenza artificiale come una bicicletta elettrica, non come un motorino o un veicolo a guida autonoma. Con una bicicletta elettrica si va più lontano, si affrontano salite che prima sembravano impossibili e si raggiungono in tempi molto più brevi mete impensabili. Ma bisogna continuare a pedalare. I muscoli, nel nostro caso, sono il cervello: la capacità di ragionare, dubitare, riconoscere gli errori e valutare criticamente le risposte. Se ci si limita a sedersi e a farsi trasportare, magari senza sapere neppure dove si sta andando, si perde la parte più interessante di questa tecnologia: la possibilità di amplificare la nostra intelligenza, invece di sostituirla.
Leggendo certi interventi, però, mi viene in mente una versione moderna della rivolta delle carrozze contro l’arrivo del treno. Anche allora ci saranno state ragioni comprensibili per preoccuparsi: la velocità, gli incidenti, i mestieri destinati a scomparire, le abitudini sconvolte. E non tutti beneficiarono allo stesso modo di quella trasformazione. Ma qualcuno oggi proporrebbe seriamente di tornare alle carrozze? Forse nella mia reazione c’è anche qualcosa di generazionale. Ho conosciuto il lavoro di ricerca prima delle banche dati digitali, quando per trovare una sentenza o un articolo bisognava consultare repertori, riviste e volumi in biblioteca. Poi sono arrivati Internet, i motori di ricerca e gli archivi online. Ogni passaggio ha cambiato il nostro modo di lavorare. Di quel mondo ricordo con piacere alcuni ritmi, ma non ne rimpiango affatto i limiti.
C’è poi la dimensione geopolitica, che sarebbe ingenuo ignorare. La competizione tra Stati Uniti e Cina nell’intelligenza artificiale ha assunto un’importanza strategica che ricorda, per certi aspetti, la corsa alla tecnologia nucleare tra Stati Uniti e Unione Sovietica nel secondo dopoguerra. Sono in gioco enormi interessi economici e militari, la sicurezza nazionale e la concentrazione del potere tecnologico. Trovo inquietante, in particolare, la prospettiva di sistemi sempre più potenti impiegati in campo militare senza adeguati controlli, un tema che ho affrontato anche in un recente post sul controllo delle armi nucleari. Ma rispetto alla corsa agli armamenti nucleari c’è una differenza importante: l’IA sta già trovando applicazioni civili in moltissimi settori. Per quanto posso osservare oggi, i benefici del suo utilizzo mi sembrano largamente superiori agli effetti negativi diretti, anche se sarebbe imprudente pretendere di conoscere già tutte le conseguenze di lungo periodo.
Ed è proprio per questo che il discorso mi sembra particolarmente importante per l’Europa. Abbiamo accumulato un ritardo enorme rispetto agli Stati Uniti e alla Cina, anche sul piano degli investimenti e della capacità di sviluppare tecnologie proprie. Se alla difficoltà di competere aggiungiamo un atteggiamento prevalentemente difensivo, più attento a limitare l’IA che a creare le condizioni per svilupparla, rischiamo di assistere da spettatori a una trasformazione destinata a incidere profondamente sulle nostre società. Non penso affatto che l’Europa debba rinunciare alle regole o alla tutela dei diritti. Mi chiedo, piuttosto, se stiamo dedicando altrettanta energia alla ricerca, alle infrastrutture, alle imprese e alla formazione. Altrimenti rischiamo di diventare bravissimi a disciplinare tecnologie sviluppate, finanziate e controllate altrove.
Non so dove ci porterà l’intelligenza artificiale, e diffido di chi oggi fa previsioni troppo sicure, tanto ottimistiche quanto catastrofiche. Continuare a discutere dei pericoli è indispensabile. Sarebbe però un peccato se, per paura di quello che potrebbe succedere, perdessimo di vista tutto quello che questa tecnologia ci permette già di fare. Soprattutto, eviterei di trasformare ogni discussione sull’IA in un funerale anticipato dell’intelligenza umana.
